mercoledì 25 giugno 2025

Zucchero 2025

 

Lunedì scorso ero al concerto di Zucchero al Circo Massimo. L’avevo sentito anni 36 anni prima al Mattatoio: da quella sera che avrebbe portato all’autunno e questa di inizio estate ci sono ormai 36 anni, in mezzo ai quali è passata la vita delle speranze, delle illusioni, delle riuscite, dei fallimenti e delle prese di coscienza. 

E me lo ricordo bene quel 4 ottobre 1989, tra i recinti del Mattatoio in mezzo al fango, aveva piovuto poco prima del concerto e le tobacco Adidas erano solo un paio di scarpe da ginnastica e non ancora un cimelio scamosciato da tenere come una reliquia. Comunque non me lo perdo per un po’ d’acqua, e che sarà mai? “Oro incenso e birra” era uscito a giugno di quell’anno, lo conoscevo a memoria perché era la colonna sonora che mi aveva accompagnato mentre cominciavo a mettere a posto la mia casa da single con la vita davanti. Appollaiato su una scala in alto su fino al soffitto scendevo su quelle pareti e davo le mie mani del bianco che illuminava il mio futuro lasciandomi all’immaginazione di tutto quello che avrei potuto essere negli anni a venire. Non ero forse io a essere l’eroe della mia vita in quel momento? Che volete di più? Eccomi qui da solo sulla scala barcollante sotto i miei piedi mentre con un braccio sostengo quel barattolo pieno di tinta e con l’altro vado a tempo sul ritmo di quella meravigliosa indimenticabile scaletta: ecco che dal lettore cd portatile attaccato con un cavetto mini-jack a due casse grandi come una saponetta arriva il mare impetuoso al tramonto e quella ragazza che volevo vedere ballare e godere, al suono del sax di Clarence Clemons. Non sono proprio io dietro quella tendina di stelle? E il diavolo in me, non è proprio quello che mi sento addosso in questo momento, proprio adesso che sta squillando il mio telefono di casa, non è Diamante che mi chiede che facciamo stasera? Certo che ci vediamo, andiamo a farci una pizza e poi da me a vedere le stelle, insieme, tu e io! Ed eccole allora quelle canzoni che conosco a memoria, quelle note, finalmente dal vivo, uscire da diffusori immensi al volume pazzesco in mezzo a quel campo, in mezzo a tutti, a ridere, a gioire, a urlare a tutto il mondo di essere sul blocco di partenza con l’uranio arricchito nelle vene, il cielo che improvvisamente si squarcia, per far salire su in alto il nostro urlo di gioia propiziatrice. Il flusso entusiastico funziona tanto che soltanto al termine del concerto il cielo si richiude lasciandoci innaffiare da una pioggia finale che si riversa su di noi come una benedizione definitiva.  

Eccomi oggi 23 giugno 2025 con questi pensieri al Circo Massimo, fammi portare una felpa che magari la sera con l’umido, non vorrei che poi piovesse. Ci sono tornato con Leopoldo che l’aveva sentito con me quella stessa sera di 36 anni fa. E con il drone della mia immaginazione ho provato a vederci dall’alto: c’erano due uomini ormai che seduti in platea, improvvisamente si sono alzati in piedi con le braccia al cielo a cercare qualcosa che forse era ancora nell’aria. Con la scusa di battere il tempo quelle mani provavano a riprendere quello che era scivolato via in silenzio. Finito il concerto la pioggia non è arrivata ma mentre riprendevo il motorino, almeno quello ancora sì, il motorino ancora sì, tornando in quella casa dove ancora abito, mi sono tolto la felpa e per un attimo immenso ero ancora al Mattatoio.

Ciao Sugar.

 

martedì 21 maggio 2024

Quincy Jones 20th

 

Il 21 maggio di 20 anni fa ho conosciuto Quincy Jones a Roma. Andò così.

Pochi giorni prima del 21 ero a cena al Bolognese con un gruppo di giornalisti per annunciare la presentazione del mio "Pagine Rossi" edito da Mondadori: per la prima volta si sarebbe presentato un libro in una serata-show al Teatro Sistina di Roma. Giornalisti al tavolo, molta curiosità da parte loro, finta leggerezza da parte mia. Tra un carciofo e una mozzarella, arriva un cameriere che sospira all'orecchio dell'ufficio stampa che nella saletta accanto era arrivato Quincy Jones (si trovava a Roma per il concerto "We are the Future" al Circo Massimo). Pazzesco: meglio non poteva andare perché in "Pagine Rossi" è presente il pezzo sul presunto plagio da parte di Michael Jackson nei confronti di Al Bano nel quale ipotizzavo che fosse stato proprio Quincy Jones ad aver proposto a MJ il 45 giri di Al Bano), e nella serata al Sistina di pochi giorni dopo sarebbe stato addirittura il mio "bis"! 

Mi "ordinano" quindi di andare al suo tavolo per regalargli il libro e chiedergli una foto: "sentite: io ci vado, ma prima qualcuno gli deve spiegare come mai, se no sembro un pazzo qualunque che gli chiede un autografo su un libro che non ha scritto lui...". 

Non so chi gli legge (traducendolo all'impronta) il mio pezzo su Michael Jackson senza capirci niente, come vedremo, e poco dopo mi chiamano dicendomi "Quincy ti fa l'autografo". Vado al suo tavolo, lui seduto a capotavola: un re, sua maestà "Q", come lo chiamano gli amici, mi guarda fiero, il più grande produttore di musica black di tutti i tempi, 26 Grammy vinti, ha prodotto Frank Sinatra e Michael Jackson, io mi sento male, lui mi saluta, io gli do il libro, lui me lo firma, ci fanno una foto (che poi è uscita sui giornali), gli dico grazie e me ne vado, tristissimo, per aver conosciuto un mio mito in un modo assurdo. La serata prosegue e buonanotte a tutti!

Ma... il giorno dopo trovo la forza di leggere la dedica che Q aveva scritto sul mio libro, "Ciao brother, il dolce far niente, viva la vida, Quincy Jones". Insomma non c'aveva capito niente. 

Divento una furia: adesso basta! Lo voglio conoscere come dico io. Chiamo Antonello, il maître del Bolognese:

- Antone', mi dovete dire qual è l'albergo dove sta Quincy Jones!

- Sta al Grand Hotel!

Chiamo il Grand Hotel, mi passate Quincy Jones? - Chi lo desidera? -  Riccardo Rossi - Un attimo soltanto - Hello? Mr. Jones? - Yes, it's Quincy speaking... 

- Hello Quincy, my name is Riccardo Rossi, we met yesterday at The Bolognese, you signed a copy of my book, do you remember? - Yes... - I'm calling you just to ask you 10 minutes of your time, just to let you know I much I love you, I'm a your fan, please consider that I own the VHS "Listen Up" (che è il sul film autobiografico che non ha visto nessuno)

Lì capisce: 

- Oh my God: Listen Up! Ok for you tomorrow? At 14.30 here, at The Grand Hotel? 

- Yes, thanks! See you tomorrow!

Incredibile ma vero. Chiudo, chiamo mia sorella e le ordino di tradurmi in inglese tutto il pezzo su Michael Jackson. Lei esegue, (a qualcosa servono le sorelle), lo stampo e il giorno dopo vado da Quincy per spiegargli tutto, non tramite Olga Fernando che non poteva, ma grazie alla mia amica Anna che non solo sapeva bene quanto fosse importante per me Quincy, ma da terza persona poteva anche spiegargli chi fossi io nel mio lavoro. 

Sono quindi le 14.30 precise del 21 maggio 2004 quando varchiamo l'ingresso monumentale del Le Grand Hotel in Roma: un maggiordomo, bianco, ci porta su da Quincy che in persona ci apre la porta della sua suite! Dopo i convenevoli di rito (senza piangere, giuro) gli chiedo di leggere il pezzo in inglese. Cala il silenzio, io mi accovaccio ai piedi del divanetto basso sul quale si era accomodato, cercando di capire dal suo sguardo se capiva il senso: mi sembrò di sì perché aggiunse una battuta che da quel giorno ho inserito. Alla fine mi guardò e mi chiese "la gente ride per questo?" e io gli risposi "Certo! È il mio bis!". Comunque ne parliamo un po': come sapete lui non prese parte a quella produzione, il quarto album di MJ dove compare "Will you be there", perché era impegnato con la colonna sonora di "Il colore viola", mi parla anche di MJ, che ormai ci metteva una vita a fare un album, mi firma tutti i cd, la videocassetta di "Listen Up" e alla fine ci salutiamo:

- Quincy, a last request: do you know Al Bano?

- Who? I have no idea who he is!

E questo è tutto. Che in inglese si dice "This is it!".

 

 

lunedì 4 settembre 2023

Dov'è finito tutto

 

Dove sono finiti quei bicchieri di whisky, che ti facevano sentire “grande” quando eri ancora un ragazzino, ti piaceva così tanto versarlo, facevi un gesto adulto, negli anni una ragazza ti ha regalato un paio di bicchieri giusti per berlo, e adesso quei bicchieri sono in una credenza, appannati perché non li usi mai, se non fosse che poi una sera li tiri fuori, per un amico importante (ma non è un amico, è un conoscente), e non ti senti più grande, ma solo vecchio.

Dov’è finita quella macchina che se potesse parlare racconterebbe di baci rubati riportando a casa una ragazza che ti piaceva ma che chiudendo il portone ti salutava in un modo tale da farti pensare “non la voglio rivedere più” ... oppure racconterebbe di tutte le volte che ti ha aiutato, non sa nemmeno lei come, a farti tornare a casa con 2000 lire di benzina, senz’olio nel motore, coi freni che nemmeno la bici, “tanto ci penso domani”.

Dov’è finita quella camicia che mettevi quando volevi essere elegante? E se non te l’avevano lavata perché ti sembrava di averla usata una settimana fa, invece era solo l’altro ieri, diventavi pazzo perché non ce l’avresti potuta indossare quella sera: quella sera senza quella camicia ti sentivi strano, ti sentivi che non eri tu, ti sentivi inutile.

E tutti quei libri che ti piaceva mettere per terra nella tua prima casa? Ti sembrava di fare una cosa pazzesca, in pile orizzontali tutti addossati al muro: “guarda come li ho messi, bello eh?”. Eri fortissimo agli occhi di tutti... oggi dove sono, in una bella libreria, di design certo, ma sono tutti in ordine, molti li hai addirittura riciclati, perché ti avevano già dato tutto quello che potevano, oppure non li avevi letti, diciamo la verità, e te ne sei disfato. 

E poi, certo, dov’è finita quella valigia di cotone impermeabile, che ha portato i tuoi stracci in giro per tutte le vacanze che facevi da solo, era sporca, rotta, con le fascette degli aeroporti, che quando un'hostess ti levava le vecchie tu rosicavi, perché erano proprio quelle fascette che urlavano a tutti "quanto" avevi viaggiato. E poi quella valigia ti piaceva perché aveva una strana macchia bianca, tutti pensavano a chissà cosa, e invece era solo la pipì di un coniglio portato in camera tua da una ragazza veneta dal sorriso disarmante una sera che volevate far tardi, e quando l'hai rivista anni dopo, quel sorriso non era più disarmante, perché non eravate più in vacanza. E nel frattempo il coniglio era morto. 

E quel cappelletto di lana blu, sì proprio quello di Jack Nicholson in Qualcuno volò, era di lana idrorepellente, anche se al primo temporale non lo dimostrò così bene, ci mangiavi a tavola con gli amici, tutti ti dicevano levati quel cappello e tu rispondevi e allora tu levati quei Ray-Ban, ma rimanevate tu con il cappello e lui con i Ray-Ban e vi veniva da ridere.

Ripenso a quei giorni, quando ti sentivi tutta la forza del mondo nelle tue mani, quando tutto era una scommessa da vincere, anzi, te lo dico, era già vinta, tanta l'euforia che ti permeava. Piove o tira vento, non te ne frega niente, io vado e mi prendo la vita, corro, sfreccio via da tutti i problemi che mi arrivano davanti e me li lascio alle spalle, è troppo bello andare avanti, avanti tutta! Non c'è una preoccupazione che si meriti questo nome nel mio vocabolario, non c'è paura, perché non c'è coscienza.

È per questo motivo che non capiamo quando ci dicono:

- Ma sei incosciente?

Si dovrebbe rispondere "sì, lo sono!" e salutare con una risata sfrecciando via, lasciandosi dietro una scia di polvere di asteroidi di vari sistemi solari fino allora sconosciuti: la vita ci attende e ci dice vieni da me!

E quindi mi chiedo dov'è finita quella voglia che avevi di fare e disfare, di buttare giù tutto e di ricostruire, di mangiarti la vita giorno dopo giorno, di ridere per un niente. Credo che sia rimasta dentro di te, sta dormendo con un plaid anche se è settembre, proprio quello finto scozzese a scacchettoni preso da tua madre con i punti miralanza, e si è appena rigirata dall'altra parte. Allora ti dico, levale quel plaid, così lo ritrovi pure, e urlale SVEGLIA! 

mercoledì 21 giugno 2023

I giorni della maturità

 

Quando ogni anno a giugno arrivano i giorni della maturità, mi fanno sempre un certo effetto, anche se sono sempre più lontani, quel traguardo dell’epoca mi sembra sempre più vicino, chissà perché, forse perché era stata la paura più grande della mia vita fino al quel momento? Boh...

Ma stasera ero a una cena di compleanno, di gente “grande”, peraltro come me e a un certo punto me ne sono andato sul balcone a prendere un po’ d’ aria e purtroppo ho guardato su in cielo: ho visto le stelle, il carro, ho pensato che solo dopo anni e anni capisci che tutte le costellazioni  sono un bluff (le stelle non sono su uno stesso piano), ho pensato al mio motorino, un vespone, alla pioggia che prendevo senza parabrezza e a quanto mi rode se oggi piove (come in questo giugno), ho pensato a un amore perduto, a uno inutile e a quello che forse non avrò mai, ho pensato a tutte quelle cose che oggi mi sembrano facili da capire e che invece a 18 anni mi sembravano immense, ma che per presunzione sembravano a portata di essere umano. Ho pensato ai sogni che avevo e che oggi ancora ho... 

Ho pensato, ho riflettuto, e per un attimo ho avuto ancora 18 anni, con tutta la loro incoscienza. Dov'ero una vita fa con i pensieri, cosa facevo, "cosa" ero? Stavo sui libri di scuola a sottolineare tutto quello che credevo potesse servire, senza gli evidenziatori, perché quelli ce li avevano solo i secchioni, e pensavo (mi sono ricordato esattamente come e dove: sempre sul vespone PX guardando quel meraviglioso contachilometri rotondo), che una volta che mi sarei tolto l'esame di maturità, la mia vita sarebbe stata tutta in discesa! Che avrei fatto quello che mi pareva e che i problemi non ci sarebbero stati più: "dài, quest'esame e poi è finita!". Ma non è fantastico?!? Solo a 18 anni puoi pensare una cosa del genere, davvero, la pensi, e pensi che sia vera, che sia la cosa più vera che hai pensato in "tutta" la tua vita. Non sai che da settembre, dopo il viaggio del "che ne sarà di noi", ti ritroverai con tutto quel tempo in mano che dovrai organizzare in base a una decisione che si chiama "e adesso che faccio?" Ma non devi pensarci adesso, adesso devi pensare a "quell'ultimo scoglio" che la vita ti mette davanti.

Fatto sta che su quel balcone alla cena, improvvisamente si è avvicinata una mia amica con un gin-tonic dicendomi "non ci pensare!". È stato fantastico risvegliarmi in un secondo da quell'incubo nel quale ero finito.

E indovinate un po’ che musica è partita sull’iPhone quando sono tornato a casa? "September" degli Earth Wind & Fire, guarda un po': il mese degli esami di riparazione!

 

 

giovedì 25 maggio 2023

A che ora si va a letto, ormai?

 

Ho notato che l'orario per andare a letto (se non si è programmato in "Sonno" sull'iPhone) si è via via più anticipato rispetto a quando eravamo ragazzi, cioè poco tempo fa! Se ieri andavo a dormire alle 2, alle 3, senza problemi, oggi a volte mi ritrovo nel letto senza saperlo alle 23, alle 22.30, o addirittura alle 21.45! Ma questi orari gallinacei derivano in realtà dall'ora di cena della sera precedente che, attenzione, si è auto-anticipata. Da ragazzi, quando organizzavi una sera al ristorante per non cenare un'altra volta a casa con i tuoi, prima delle 21.30 non ci si poteva proprio arrivare, perché se provavi ad anticipare alle 21.00 c'era sempre qualcuno/a che arrivava comunque in ritardo, normalmente quello fico o quella bona che se la tirava, giustamente, e per la cronaca l'antipasto è nato proprio per aspettare quelli che tardano: "Porto una focaccia?" - "Due, con prosciutto e mozzarella, grazie!". 
Poi finalmente siamo andati a vivere nella nostra prima casetta e lì si faceva una cena a sera, seduti per terra, senza sedie, senza tavolo, senza divano, senza niente, solo cartate di supplì e pizza a taglio, lattine e bicchieri di plastica, poi tutto in un sacco nero e buonanotte, non c'era la differenziata. Tutti gli amici invitati, orario: "passa quando vuoi".
Poi è arrivata la prima convivenza, fermi tutti, c'è la first lady in casa, non decidiamo più noi, ma lei: alle 21! E basta. Tavola apparecchiata, piatti veri, bicchieri pure, posate anche, di carta solo i tovaglioli: "Vino chi lo porta, dolce? Ok!". Non si sgarra.
Poi se tutto era andato bene, poteva arrivare anche il piccolo lord, e quindi decideva tutto lui senza saperlo nemmeno. Non esisteva più orario e in verità a cena non s'invitava proprio più nessuno.  
Dissolvenza, siamo grandi, adulti, sposati o divorziati o scapoli. Orario cena: 21.00, ma noti che qualcuno comincia ad arrivare 10 minuti prima, tu per esempio, con una fame da lupi; lo dico perché personalmente alle 19.30 a casa mi sono già addentato un morso di parmigiano reggiano da quel cuneo meraviglioso che pensavo di grattugiare sulla pasta nell'arco di una decina di giorni: è un miracolo se invece finisce a morsi in tre. 
Passa il tempo, la cena è programmata per: "Va bene alle 20.30? Perché non posso fare tardi...". Giusto, ormai cominciamo a sentire un po' di stanchezza e il giorno dopo ci dobbiamo alzare presto. 
Passa altro tempo: "Troppo presto se ti dico alle 20.00 a tavola?". Tutti felici, primo, perché non vedono l'ora che si mangi, secondo perché non vedono l'ora di andarsene per tornare a casa e finire di vedersi la serie già cominciata prima di uscire a cena. 
Avete capito perché i ristoranti aprono alle 19.30? Perché è pieno di vecchi che cominciano presto e vanno via presto e che mangiano un botto: come un vecchio, per l'appunto!
Sono finiti i tempi in cui l'orario per andare a letto era uno solo: dopo Carosello! 










domenica 16 aprile 2023

Profumo di miscela

L'altro giorno: Roma, Ponte Cavour, semaforo rosso, io in seconda fila dietro un altro motorino, sguardo isterico a destra e a sinistra in attesa del verde, mi viene in mente una barzelletta romana anni 50, "definizione di frazione di secondo: l'intervallo che passa tra il verde e il clacson di quello dietro di te!"... 

All'improvviso succede qualcosa, tutti fermi come prima, ma c'è qualcosa che mi distrae dal semaforo e mi fa guardare in giro per capire, non è un movimento, non è un rumore, è un odore, che proviene dal motorino davanti, un vespone, Piaggio, bianco, vecchio, sporco, è un attimo, capisco subito: la miscela! È il fumo della miscela dal tubo di scappamento: ma adesso mi sembra buono come l'aroma del caffè appena tostato! Perché mi sono ritrovato in un attimo davanti al benzinaio a dire "Ciao, mi fai due litri al 2?". Vallo a spiegare: quel dialogo con il benzinaio faceva parte dei primi rapporti con un adulto che forse non aveva ancora i figli dell'età di quel ragazzo che stava davanti a chiedergli 1000 lire di miscela. Mi sentivo un eroe, senza casco, senza parabrezza, senza miscela, senza una lira, senza una preoccupazione che non fosse quella di "domani che gli racconto a quella di scienze" e "ma come faccio ad andare da Alessia se sto in riserva". E lui mi guardava così, con problemi diversi dai miei, facendo quel mestiere duro, sempre uguale sotto la pioggia, il sole, il vento, tutti i giorni a respirare quei miasmi di benzina che ti piacciono solo quando fai il pieno ma non tutti i giorni 8 ore al giorno, lo stipendio che forse gli permetteva un mutuo, una moglie, un figlio in arrivo. Ma nonostante tutto mi dava retta agitando quelle leve della pompa per miscelarla con l'olio, quando gli dicevo "mettila tutta!" mentre lui accarezzava quel tubo di gomma come un domatore il suo boa constrictor per fargli nascondere quei decilitri in più che avanzavano dal precedente pieno, ma che io non avevo pagato! E al momento di pagare era impossibile lasciargli 50 lire di mancia, impossibile, perché mi servivano! Ripartivo a bordo del mio ciao blu, con una pedalata violenta, nervosa, rischiando di rompere il cavalletto, salutandolo di corsa, un urlo senza guardarlo "ci vediamo!", perché dovevo andare via di corsa, verso la mia vita fatta non di giorni, mesi, anni, ma da sequenze di 5 minuti, da bruciare una dietro l'altra, perché era così che la volevo, tutto subito, adesso, o niente. Alessia e basta! Scienze domani? Ma chi se ne frega!

Dissolvenza: è passata una frazione di secondo, quello dietro mi ha suonato e quindi è verde da un'ora! Chi era quello sul vespone? Ho visto solo che aveva un trench sporco, non ho fatto in tempo per altro, se ne è andato via di corsa, ma l'ho riconosciuto lo stesso: era il mio passato che scappava in una nuvola. Di miscela.





domenica 14 agosto 2022

A mani libere

 

A mani libere. Questa dev’essere l’estate (in realtà i quindici giorni, o il ponte di ferragosto, o la vacanza minima, o l’unico stacco da quei 350 giorni che ci mancano per finire l’anno) delle mani libere. Non voglio essere come quei ragazzini che nella sinistra hanno l’iPhone e nella destra lo spritz, con lo sguardo che non sa dove posarsi e se devono salutare una ragazza, peraltro anche lei con le mani impegnate, possono solamente alzare il mento o le spalle perché non hanno il coraggio di buttarsi alle spalle quel drink per stringerle a sé, e sospirargli all’orecchio un “stasera insieme?” È a mani libere che voglio passare questi giorni, per fare un saluto appunto, magari da lontano, per accendere una sigaretta, chiunque me lo chiedesse, con un Dupont d’argento, l’unico accendino degno di questo nome, per stringere una mano a chi nemmeno me la porge, per giocare una partita a carte, ordinando un cordino  (troppi gin tonic questa primavera/estate passata), per leggere un menù usando gli occhiali e non la torcia dell’iPhone (a mani vuote, no?!?), per scrivere una cartolina chiedendo il francobollo alla posta (ormai li trovi solo lì dentro e ti guardano pure come un alieno), invece di un sms, o addirittura una lettera con la carta intestata dell’albergo, invece di un vocale su whatsapp, immaginando lo stupore di chi riceve questo atto d’amore che potrebbe anche essere male interpretato e che al massimo potrebbe ricevere un sms stupito di risposta, ma che magari verrebbe apprezzato tra vent’anni, quando a tutti loro verrà da piangere a dirotto per qualsiasi sguardo affettuoso gli venga rivolto: è lì, in quel momento che si ricorderanno di questo bellissimo gesto chiuso in un cassetto, cercandolo con violenza. Sto lavorando per tutto questo, a mani libere! È a mani libere che voglio cadere in avanti, se proprio devo, per evitare di fratturarmi qualsiasi cosa, mi servono libere per scrivere questi pensierini, per poter leggere un giornale di carta e non sull’iPad anche se è comodissimo (e attenzione: se riprendi in mano il “cartaceo” come per incanto non ti servono gli occhiali, come è possibile???). A mani libere, la testa mi gira meglio e può cominciare a fare quel viaggio che non ho mai avuto il coraggio di fare, quello che non conosce confini se non quelli della paura e per una volta sarò in grado di capire finalmente qualcosa di questo viaggio, questa linea più o meno retta che stiamo percorrendo da tanto tempo ormai e che ogni tanto, fortunatamente prevede una sosta, a patto di avere le mani libere, anche per scrivere qualcosa e non dimenticarsela. Buone vacanze!

martedì 2 novembre 2021

If Keith Emerson 77

 

Da Beethoven a Keith Emerson senza passare dal via. Questo è stato il mio personale passaggio dalla musica che c’era a casa, alla musica scelta da me: no Beatles, no Stevie Wonder, no tutto il resto che è venuto dopo. Non ancora. Alle medie mi dicono “ma se ti piace così tanto la classica perché non ti senti Pictures at an exhibition” degli Emerson Lake & Palmer?”. E così è andata! Io che conoscevo solo l’arrangiamento magistrale che Ravel aveva regalato a Mussorgsky, che l’aveva scritta per piano solo, sento per la prima volta in assoluto che cosa si poteva fare di un pezzo come quello: sbrocco e mi compro tutto il resto diventando un mitomane di questo tastierista! Scoprendo per esempio che un pezzo come “Tank” era stato la sigla di una rubrica del TG della Rai dell’epoca. Grazie a Keith Emerson e alle sue citazioni scopro Prokovief, Copland, Rodrigo, Bartok, insomma il 900 che mai avrei immaginato avrebbe potuto piacermi così tanto. Tanto da portare Allegro Barbaro alla mia insegnante di piano per suonarlo, lei mi ride in faccia: “scordatelo”.

“Honky Tonk Train Blues” (la sigla di Odeon) dove Keith “inceneriva” quella tastiera di un piano verticale, come il mio, mi andai a comprare una catenella da tappo della vasca perché sulle riviste si diceva che quello era il trucco per avere quel tipico suono metallico da piano-saloon! (Marcello Avallone era il regista del video girato a Los Angeles contro un telo nero perché i controcampi erano stati già ripresi a Roma!). Andavo ancora a sentire i concerti a Santa Cecilia e allo storico critico musicale del Messaggero Teodoro Celli, gli portai il disco del Piano Concerto N.1 di Keith Emerson chiedendogli se lo conoscesse. Quel sorriso “pat-pat” di compatimento non lo dimenticherò mai più!

Anni dopo Keith arriva a Roma, direi per la colonna sonora di “Inferno”, scopro che dorme al Raphael e imploro mia madre english speaking di chiamarlo in albergo per chiedergli un appuntamento per fargli un’intervista. Lui gentilissimo le risponde di chiamare il suo ufficio stampa. Niente: mi è rimasta la cassetta BASF 90 con l’audio delle telefonata tra loro due.

Riesco finalmente a conoscerlo negli studi della Safa Palatino (dove anni dopo avrei partecipato a Non è la Rai) e finalmente mi scatto una foto con lui e mi faccio firmare album e spartiti. Ma non riesco a fargli capire quanto fossi plagiato da lui. Vado all’Arena di Verona a sentirlo LIVE con quegli altri due, Greg Lake gonfio e stonato, Carl Palmer magro ma tonico, e lo vedo in piedi sull’hammond con i coltelli “No, Keith no! Ti fai male”

Continuo a comprare i suoi dischi, uno con gli ELP e l’altro da solo dove dedica un pezzo al suo Steinway! 

 

Scrissi tutto questo prima che Keith si facesse male sul serio cinque anni fa,  e oggi, che sarebbe stato il suo 77 compleanno, so solo che il mio primo mito, vero, in carne e ossa, sta correndo con quelle dita veloci su altre scale, verso l’infinito.

giovedì 14 ottobre 2021

Compagnie aeree



Il primo lavoro di mia madre è stato alla LAI, Linee Aeree Italiane, è rimasta lì qualche anno, prima che venisse chiamata Alitalia. L'ufficio si trovava in Via Barberini, in un palazzetto accanto al Cinema Barberini e accanto alla Compagnia di Navigazione Marittima "Italia" (proprietaria della motonave Andrea Doria, il precedente e unico modo di andare a New York, via mare, 10 giorni di viaggio). Mia madre era stata assunta perché parlava tre lingue oltre all'italiano educato degli anni 50, era giovane, aveva 21 anni, e non le pareva vero di stare lontana da casa, e da sua madre, almeno 10 ore al giorno. Lavorava all'ufficio prenotazioni e riceveva chiamate da chi all'epoca faceva parte del jet-set senza nemmeno saperlo, un club esclusivo la cui tacita iscrizione era concessa dal semplice fatto che si potesse comperare un biglietto aereo andata e ritorno. Nel 1957, conosce mio padre, che lavorava sempre alla Lai, ma al "cargo". L'aeroporto era quello dell'Urbe sulla Salaria, poi è stato Ciampino, e il check-in si faceva a Via Barberini: i passeggeri "imbarcavano" i loro bagagli negli stessi pullman che li avrebbero poi portati direttamente all'aeroporto! Solo dopo le Olimpiadi del 1960 si cominciò a decollare dall'aeroporto Leonardo Da Vinci, a Fiumicino.

Nel 1958 viene chiamata alla SAS, le linee aeree Scandinave, in Via Bissolati, che insieme a Via Veneto, era la strada della dolce vita, anche geograficamente: una volta passati davanti a Palazzo Margherita, sede dell'Ambasciata Americana, era inutile scendere a destra per il secondo tronco di Via Veneto. Sul curvone con un enorme platano al centro, c'erano solamente l'IRI, le banche e qualche albergo. Invece scendendo dritto per dritto trovavi appunto tutte le compagnie aeree. C'erano la British Airways, l'ELAL, la MEA, la PAN AM, la TWA, la stessa ALITALIA: nomi che ti facevano sentire "international". Anche il bar, si chiamava "California" e lì potevi fare qualche acchiappo: i turisti che andavano a verificare il biglietto nella compagnia di bandiera, non resistevano alla tentazione di un "italian cappuccino" al bar. Insomma andare a farsi un giro a Via Bissolati tra una vetrina e l'altra era come andarsi a fare un giro per il mondo in 80 vetrine. 

Dicevo, da quel momento, grazie alla SAS, a casa mia venivano oltre alle sue colleghe italiane, anche quelle svedesi, alte, bionde, occhi azzurri, non ci capivo più niente e senza volerlo hanno condizionato per sempre i miei gusti! Quando poi nel 1980 Calvin Klein disegnò le divise anche per chi non lavorava a bordo, vedere mia madre elegantissima a casa la mattina quando usciva mentre io ancora andavo al liceo era comunque una cosa...

Racconto tutto questo perché la sera a tavola gli argomenti erano su questo lavoro, mio padre nel frattempo aveva cambiato mille compagnie aeree, e i miei per non farsi capire da noi ragazzi cominciavano improvvisamente a parlare inglese o francese, quando la dicevano troppo grossa su qualche collega, e noi, petulanti, insistevamo per sapere quale fosse mai quel pettegolezzo cui non avevamo accesso... 

Racconto tutto questo perché le colleghe italiane del booking office, mi hanno visto crescere, da neonato a ragazzo "ribelle" ("che vuoi farci Sandra: è l'età..."), regalandomi negli anni le fiabe sonore, le macchinine Legoland, qualche libro per ragazzi, qualche 45 giri "Vengo anch'io, no tu no", qualche felpa; mi hanno addirittura consolato quando i litigi a casa erano la regola, e tutto questo al telefono perché loro vivevano al telefono fisso dell'ufficio. 

Racconto tutto questo perché sono state madri tutte, tanto che la mia preferita, Birthe, danese di Copenhagen, l'ho chiamata mesi fa e nel suo italiano pazzesco mi ha detto "Rigardo, ma... aspetta, mi verso un bighiere di vino, è troppo fforte la sopresa". Non voglio sapere quanti anni ha, vive in un villaggio sulla costa della Danimarca, e oggi, che Alitalia fa il suo ultimo volo con quel nome pazzesco, ho pensato a tutte loro: le ragazze delle compagnie aeree...




martedì 26 gennaio 2021

Jump to it! Goodbye Aretha


Ero in una discoteca, una di quelle vere, in Francia, da ragazzo, quando ancora credevo che nelle discoteche chissà cosa dovesse mai succedere. Durante questo sabba di corpi che giudicavo alla ricerca della donna della mia vita, parte un pezzo: un coro nel silenzio, poi un giro di basso, ma non era proprio un giro, piuttosto direi un sentiero che mi portava senza saperlo verso una serie di yeah yeah, che anticipavano una voce pazzesca di una che avevo solo sentito dire “Capito?!”, ai Blues Brothers, vestita da cameriera, alla fine di “Think”. Torno a Roma, descrivo questo pezzo a Walter di Goody Music che mi dice:

- Ho capito: questo?

E mette su un disco mix della Arista a 33 giri con due versioni sul lato A di "Jump to it", scritto da un tale Marcus Miller, chi è? “un bassista!”.  

Dissolvenza: 15 anni dopo, Spagna, Madrid, per lavoro, dopo cena si decide tristemente di andare in una discoteca, ma che ci andiamo a fare? Ormai siamo grandi, la donna della mia vita non esiste, non la troverò mai, pensavo, ma gli altri "dài, facciamo la seratona!". Vabbè, andiamo...

Le donne che erano con noi vestite per l'occasione (!), noi no (figurati), entriamo in una discoteca vuota come un frigo con l'eco. Brividi lungo la schiena, "non c'è nessuno, andiamo via!" dico subito. "No, aspettiamo che si scaldi l'atmosfera...". Ma vi dico che nemmeno un microonde ci sarebbe riuscito. In una pista vuota, una tristezza senza fine, cominciamo a fare finta di divertirci, si balla, male, con noia malcelata, si era comunque fuori tempo massimo per tutta la questione, perché in discoteca ci vai a vent'anni e basta, non per lavoro con gente che non vedrai mai più. E dopo un po', aspettando questa atmosfera che tardava a riscaldarsi, finalmente gli umori cambiano: se all'ingresso c'era quell'euforia del facciamo tardi, adesso la prospettiva di andarsene a letto era più confortante di una vodka gelata.

Ma proprio mentre tutti si avvicinavano al guardaroba vicino all'uscita di quel tunnel della notte decido di rimanere APPOSTA "voglio proprio vedere che succede a ballare da solo in una pista enorme vuota". Che poteva succedere? Niente. E però... magic!

Improvvisamente senza nessuno accanto in quel vuoto assoluto, con tutto lo spazio a disposizione e le luci che disegnavano il nulla nel nulla, mi sono sentito il re di quella discoteca perché avevo riconosciuto questo pezzo straordinario cantato dalla mia lady preferita, la regina del soul Aretha Franklin e su quella pista ero lì con lei.  Solo il dj mi ha guardato da lontano, non era Walter, ma ci siamo capito lo stesso. 

Aretha, ciao!

 

PS: in ricordo di Aretha Franklin, R.I.P. 16 agosto 2018

 

lunedì 25 gennaio 2021

Pongo 60


Oggi compie 60 anni La Carica dei 101! Sì, è uscito proprio il 25 gennaio al cinema, e Walt Disney non ci credeva nemmeno tanto (hai visto come alle volte anche i grandi sbagliano?!?). Alzi la mano chi da adulto, cioè da ieri, non l'ha rivisto almeno una volta! Ve la ricordate la prima scena? Pongo, il nostro Pongo, si sporge annoiato dalla finestra per vedere chi passa di sotto, facendo qualche pensiero sulle donne che passano insieme al loro cane. Non sbaglia un commento: ogni cane è esattamente la raffigurazione animale del suo padrone e quando finalmente appare quella ragazza, che dopo un po' scopriremo essere Anita, non può che essere accompagnata da una deliziosa Peggy, bella come lei e giustissima per Pongo! Via, si parte! Col naso Pongo sposta le lancette avanti (orologio meccanico: almeno uno in casa bisogna averlo) e trascina giù quel pianista da strapazzo di Rudy. Lo schema di seduzione è sempre lo stesso dalla notte dei tempi e Pongo lo sa di default, sono millenni che sa rimorchiare le ragazze e quindi tocca proprio a lui prendere l'iniziativa, se aspettiamo Rudy stiamo freschi: quello sta appresso alle note degli accordi (come me tra l'altro che in questi giorni sto impazzendo dietro ai 6, dico 6, bemolli in chiave di Secret Garden di Quincy Jones, ma questa è un'altra storia e ne parleremo tra 10 anni, quando l'avrò imparata, male). Insomma, Pongo fa di tutto per essere notato e soltanto dopo aver causato quel guaio della caduta nel laghetto, finalmente anche Peggy gli fa un sorriso visto che Anita si è già innamorata di Rudy quando le porge il fazzoletto bagnato per asciugarsi. Vi racconto tutto ciò perché è questo il modo più romantico che, da 60 anni ormai, si sogna per trovare la donna della tua vita: vuoi il dalmata, lo vuoi chiamare Pongo, vuoi quel laghetto, e vuoi pure trovare una ragazza che si metta a ridere perché ce l'hai fatta cadere dentro: "o la conosco così o niente!". Non c'è burraco, aperitivo, palestra, corso di lingue, di tango, di cucina che tenga (forse cucina sì, se le rovini un timballo buttandoci dentro il sugo della tua amatriciana e lei ci ride sopra, ma forse più tardi ti graffia la macchina con la chiave incidendo il suo numero di cellulare). Vuoi conoscerla e parlarle ovviamente delle "incredibili coincidenze tra la vostra storia e quella della "Carica", che lei giustamente conosce a memoria, anzi ti sa dire che il regista "Wolfgang Reitherman guarda caso ha poi diretto La spada nella roccia, Il libro della giungla e ovviamente Gli Aristogatti!". E solo dopo che avrete adottato 101 cuccioli nei canili di tutta Italia (senza trovarli: li ha requisiti tutti Crudelia Demon), ti sveglierai da questo sogno con questo brano in sottofondo, e finalmente dopo 60 anni capirai che "La carica dei 101" non era solo un film, ma addirittura un cartone animato! Però non si sa mai: adesso vado al canile!

sabato 23 gennaio 2021

Body to body

Quando uscivi di pomeriggio alle quattro con il motorino e l’aria sulla faccia che ti faceva sentire padrone del mondo, c'era il rito che aspettavi da una settimana: andare in discoteca, dove senz'altro avresti trovato quella fidanzata che avevano tutti eccetto te, e per non dare nell'occhio sembrando quello che ci va solo per questo motivo, ti eri portato un'amica che era rimasta senza passaggio per un motivo qualsiasi e aveva accettato volentieri a patto di fare la scena di entrare insieme e poi sciolti, ognuno per conto suo. Le cose sarebbero andate per conto loro ma la domenica pomeriggio vedevi una puntata di Discoring sulla Rai e notavi che la sigla era stata girata proprio al Much More di Roma: la tua discoteca, la tua, solo tua poteva essere perché nessuno la conosceva meglio di te e lunedì a scuola dicevi "Io ci sono stato! Forse quello col piumino ero io, forse quella ragazza bionda l’ho vista, mi sembra che ci ho ballato, forse, non mi ricordo c'era un sacco di gente...". Forse, forse, forse era tutto un forse, perché non c’era nemmeno il videoregistratore, e non potevi rivederti ma nessuno poteva smentirti, ti ricordi che c’era quel pullover di Benetton beige con i rombi, che era quello che aveva lei, e in quei giorni ti sembrava di vederlo dappertutto... 

Qual era stata la realtà di quel sabato pomeriggio? 

La verità era che l'amica tua se ne era andata a pomiciare con uno più grande di te di soli due anni, ma che ti sembrava un uomo fatto, uno che prende le decisioni, uno che guida la macchina, uno che vive da solo, uno che lavora, spaccia, che è andato in galera, ha già visto tutto il mondo, ha la barba, ha gli occhiali, è pieno di soldi, ha tutte le donne del mondo, uno più vecchio di tuo padre, che è vecchio da quando tu hai un'ora di vita.

E quindi tu eri rimasto solo a fare che? Beh, innanzitutto a renderti conto di dov'eri: era la discoteca con gli effetti speciali, e te ne andavi in galleria, era un ex cinema, a cercare di capire come funzionava il laser, ma quando ti eri accorto che un ragazzo tuo coetaneo lo pilotava con un aggeggio e già solo per questo era fichissimo e infatti stava con una bionda vicino che lo abbracciava, non ti rimaneva che andare dal deejay a far finta di chiedere che disco era e lui non te lo diceva o te lo diceva ma non si faceva capire. Quindi riscendevi giù in pista a cercare un varco tra tutti quelli che ballavano per muoverti da solo senza osare di posare lo sguardo su nessuno perché ti sentivi fuori da tutto, comunque. 

Alla fine non ti rimaneva che chiedere la consumazione al bar e se il barman ti salutava un’inezia più cordialmente ti sembrava che fosse il tuo amico più caro e tu di conseguenza lo eri, forse perché capiva quanto eri sfigato, quasi come lui che ti serviva un drink... (un drink? una coca!)

poi tu chiedevi proprio una coca perché ti sembrava che chiedere "una coca" fosse più fico di chiedere "una coca cola" che era troppo infantile perché avevi visto che John Belushi in The Blues Brothers chiede “una coca!” e basta e quindi tu sei fico come lui a chiedere "una coca" e basta, senza aggiungere "cola".

Alla fine della serata, che poi erano le sette o forse le sette e mezza di sera, potevi tornare a casa dai tuoi: 

- Che hai fatto? 

- Niente... 

E per una volta era vero.

mercoledì 28 ottobre 2020

Ottobre


Ottobre, il mio mese, che amo tanto, dura poco eppure è tra quelli più lunghi: si lascia alle spalle il mese più bello dell'anno e ci prepara a quello più brutto e carico di tristi presagi. È per questo che ha quei raggi di sole tra le nuvole che scaldano appena appena, per farci capire che non dobbiamo abituarci a quel calduccio che arriva di ricordo in ricordo. A Roma ci siamo inventati l'ottobrata con i colori che hanno fatto la fortuna del foliage in tutto il mondo, da Central Park alla montagna con i suoi larici gialli e rossi struggenti. Siamo pronti ad andare in giro per castagne e fraschette inebriandoci del profumo di terra bagnata pregustando il ritorno in casa davanti a un fuoco acceso apposta per farci sognare di essere i protagonisti di una pubblicità anni 80. 
Ma c'è qualcosa di reale in tutto questo: sapere di andare verso il buio dei prossimi mesi (ormai anno dopo anno) ci aiuta ad affrontare l'autunno vero che ci aspetta al varco, ed è per questo che ottobre dura un giorno in più: quelle 24 ore sono utili in tutti i sensi, fanno affiorare un pensiero, una riflessione, o meglio una pausa che ci aiuti a trovare la calma apparente che fa scaturire un ragionamento approfondito, fermarsi un attimo per gustare quello che di buono ci riserva ottobre, il mese profumato dell'anno, quell'intorpidimento che prelude al sonno, quel tirarsi su in automatico un plaid addosso, perché tra un po' "mi sa che sento freddo", quel sublime momento che anticipa il sonno che ci siamo meritati. Facciamoci prendere da questo stordimento, abbandoniamoci a lui, ci serve: dormiremo quel che serve e al risveglio, oplà... ne riparleremo! Ottobre, il mio mese preferito!

  

lunedì 26 ottobre 2020

40 dai 18

 

Roma 24-10-2020

Quindi oggi 40 anni fa varcavo la prima vera soglia della mia vita, o almeno quella legale: 18 anni! Cosa pensavo? Mamma mia, sono grande: ho 18 anni, posso guidare, posso votare, posso firmare le giustificazioni, posso andare in galera, posso fare tutto, ho 18 anni! E soprattutto festeggio, con chi? Con la ragazza dei miei sogni (che tale rimarrà, ma non lo sapevo) invitandola a cena nel ristorante più bello e più sbagliato di sempre per un G2 senza speranza.

Come andò quella sera potete leggerlo qui ma oggi mi chiedo: chi ero quella sera di 40 anni fa? Un ragazzo pieno di speranze, di sogni? No, quella sera, ma solo per quella, ero un tipetto che aveva davanti un baluardo da superare, un muro da scavalcare, una cena che doveva finire il più in fretta possibile perché già sapevo come sarebbe andata: quella ragazza sarebbe rimasta un sogno nonostante tutte le mie aspettative. 

Ma c'era questo guado da attraversare: beccarsi un "no" in uno dei giorni più importanti della mia vita, prendersi quel rifiuto in faccia e rimanere dritti in piedi, di marmo, come un faro della Bretagna sferzato dai venti del mare in tempesta per poi potermi dire: ce l'ho fatta, lei non mi vuole, ma io sono ancora in piedi, sono ancora qui, ho fatto 18 anni, domani comincia la corsa! 

E che corsa! Quella sera dopo la cena, andammo al cinema a vedere "Saranno famosi" di Alan Parker, 1980 appunto, e in quel momento capii che quei ragazzi erano proprio i miei sogni di novello 18enne senza sapere che per i 40 anni successivi avrei cercato di realizzarli dandogli un nome e un cognome veri.

Stasera 40 anni dopo, festeggerò certamente, come sempre, ma tra i vari brindisi (dopo quello "alla salute": obbligatorio!) ce ne sarà uno a quel ragazzo di 40 anni fa che, senza un arco ma con tante frecce, è rimasto in piedi tutto questo tempo affrontando, non sapendo come, tutto quello che poi gli è capitato. Auguri!

 

PS: e comunque domani mattina mi guarderò, per la prima volta dopo 40 anni, da solo, il dvd di "Saranno famosi" per capire se i nostri sogni saranno poi stati famosi... ma forse mi metterò a piangere perché la risposta già la so: no!

 

 

venerdì 23 ottobre 2020

La prima Brooks non si scorda mai


Roma 9-7-2020

La prima Brooks non si scorda mai! A 16 anni quando si andava all'alba in motorino da Anzio, dove si era in vacanza, fino a Latina, col Ciao o con la Vespa, in due su quelle selle corte, al mercato americano dell'usato, per trovarne una sola, piccola, lisa, bucata, ma "americana vera", e urlare "è mia!" trattando le 1500 lire con quella bestia che ti poteva spezzare in due con il solo sguardo anche se aveva solo un anno più di noi.

La sera stessa te la mettevi per andare a prendere un gelato da Mennella, al porto, e ti sentivi più fico di tutti, sperando che la biondina con il rossetto che ti faceva impazzire ti chiedesse "l'hai comprata oggi?" per dirle "no, è da un po' che ce l'ho, carina vero?". Quando tornavi dalle vacanze, la foto più bella era quella con la camicia celestina, non era un celeste qualsiasi, ero quello dei cieli di primavera, quello della tua Brooks. La prima. E le altre? Quelle a righe? Te le avevano regalate tornando dagli States, due: una blu e una rossa, le "pencil-stripes", e anche loro le riservavi per le occasioni speciali: una te la sei messa all'esame di maturità per sentirti come Robert Redford in "Come eravamo". Non eri biondo come lui, ma all'uscita dall'orale volavi urlando di gioia, per la morte del liceo e per il tuo primo vero giorno di vita, mentre lei ti sbuffava un po' fuori dalla cintura dei pantaloni. E poi quando l'armadio della tua camera è diventato il guardaroba di casa tua, a quelle Brooks hai dedicato i cassetti monomarca e hai cominciato a capire i nomi dei tessuti: "oxford", bella, "pesantona", la prendevi e la sentivi tra le tue mani, ti sentivi forte come lei, poi hai scoperto il "pin-point", leggera, elegante, quella dell'Avvocato, con i button-down slacciati, come l'Avvocato, "ma le punte del colletto vanno in su" e tu le inamidi, come l'Avvocato, devi essere come l'Avvocato! Poi hai cambiato taglia, da 16-34 sei passato a 16,1/2-34, ancora non hai capito come, ma il collo ti si è gonfiato (nel frattempo ti stavi sposando) e il colletto non si chiudeva più. Poi sono cambiati i tagli, dalle regular-fit (che erano larghe come sacchi) sei passato alle slim-fit (ti stavi separando e ti sei dimagrito). Poi sono uscite le non-iron. E non ci hai capito più niente. Come "non iron?", "Non le deve stirare", "ma che dice? Io le voglio stirare!". Ne avevi comprate tre, te ne sei accorto tardi e le hai regalate a qualcuno perché non te le volevi mettere: "sono dure". Chiedevi ai tuoi amici, quelli con i quali andavi al mercato di Latina "ma ti piacciono?", "No!" ti dicevano tutti, e hai scoperto che il filo prima di essere tessuto era imbibito di amido e anche se l'avessi lavato a 90°, non l’avresti piegato. Per anni hai cercato le "iron" tenendoti care le vecchie. Quelle che non avevi ancora regalato a tuo figlio. Che ti ricorda tanto te davanti a Mennella 30 anni fa. Chiude Brooks Brothers? Per noi rimane aperto. Comunque. Aspettando le "iron". Hai visto mai che si salva? 

Silenzio, si gira

 


Roma 1-6-2020

Silenzio, si gira. E io ho girato, in silenzio. Un silenzio che non conoscevo quando ero troppo giovane e nelle orecchie avevo la voce di mia nonna che mi diceva "quanto era bella Roma ai miei tempi!". Ho girato per quel tridente che oggi in una notte è passato dall'inverno all'estate, e che a marzo in una notte è diventato una macchina del tempo, portandomi in quegli anni di cui parlava mia nonna. In silenzio ho girato con una borsa rossa, e andavo dal panettiere, dove c'era la fila di qualche romano, che salutavo senza conoscere, cui chiedevo come va, che mi rispondeva e come deve andare. Andavo dal pizzicagnolo di Monte d'Oro a parlare di un pecorino romano, se era veramente del Lazio; da Gabriella a prendere una banana, una mela, una pera, tanto sto da solo; da Fabio il ferramenta in Via dell'Arancio per chiedere prima come stava la madre e poi per capire come mai la moka non funzionava più per colpa di una guarnizione, o della valvola o del filtro a imbuto, e ricomprare tutti i pezzi separatamente giorno per giorno, ma quella nuova manco morto. Andavo da Annibale, il macellaio, per farmi le foto in mezzo a Via Ripetta dicendogli quanto è bella Romamentre mi sorrideva triste nel silenzio ovattato dell'infanzia di mia nonna. E tornando a casa con la borsa rossa della spesa facevo una telefonata a Giovanni, ascoltando le sue risposte ma soprattutto la mia voce che rimbalzava sui muri delle vie. Ma dove sei? A Via Condotti e gli mandavo una foto con il fondale della scalinata di Trinità dei Monti, e gliela mandavo in bianco e nero, apposta, come le cartoline di mia nonna. Incontravo i vigili della Municipale, come ancora li chiamo, li riconoscevo e li salutavo, e loro mi rispondevano perché non stavano dietro agli ambulanti, ai finti suonatori con le casse acustiche alimentate: avevano tempo di rispondere a un saluto nel silenzio del secolo scorso. Lo stesso  che mi aspettava quando tornavo a casa, nel cortile, senza i trolley che strusciano, l'ascensore stesso ringraziava, finalmente sempre al piano terra e non in giro a far scendere e salire i turisti dei B&B, e quando si muoveva capivo che c'erano i vicini, ah sono tornati, e gli facevo un saluto dalle scale, ti serve niente, no grazie, nel caso dimmelo.

Sono riuscito a sentire la pioggia, e pure a goderne: meno male, almeno piove, così in testa sembrava più giusto, più normale, non c'è nessuno perché piove, perché quando era bello, sempre, ho sentito che in Via del Corso non c'erano solo i gabbiani e le rondini, ma pure i merli e una farfalla, gialla, una sola, ma era gialla e un germano reale in Via d'Ascanio da solo pure lui, allegro, mentre la sua ragazza si stava facendo un bagnetto alla Barcaccia senza i tifosi del Feyenoord. Sulla bici ho sentito il rumore, bello come un suono, della catena che scorreva sulla corona. E un pomeriggio sono riuscito a vedere la Fontana di Trevi senza schiene davanti. E oggi che finalmente i romani si stanno riprendendo il tridente, a mia nonna che mi diceva Riccardo, non sai quanto era bella Roma ai tempi miei, potrei rispondere nonna, adesso lo so!


Scapoli & Nubili


Roma 25-3-2020
Single: scapoli, nubili. Siamo noi. Siamo qui. E non molliamo: siamo abituati a stare in "quarantena", abbiamo una capacità di resistenza autonoma di default, a differenza di chi invece è abituato a essere supportato da una vita. E in questa tragica situazione c'è un aspetto positivo: non c'è alcun senso di colpa nell'apprezzare tutto questo tempo a disposizione.

Noi, da soli, sappiamo organizzarci benissimo con la spesa per uno (raramente per due), sappiamo cucinare, sporzioniamo, congeliamo, riscaldiamo, sappiamo pulire casa, fare la lavatrice, la lavastoviglie, ma siamo anche connessi meravigliosamente, tutti i nostri dispositivi elettronici funzionano alla perfezione, e sono tutti per noi, in esclusiva, nessuno li tocca, solo noi! E il tempo, che comunque scorre sempre velocemente, in questi giorni è ancora più libero, vola! 

Noi siamo quelli che tutto l'anno, in tempo di pace, organizzano tutto per tutti gli altri in coppia: cene, serate, cinema, teatri, e ci chiedono qualsiasi cosa: "Li vai a prendere tu i biglietti al cinema? Ché noi abbiamo da fare", "Prenoti tu il ristorante? A te non dicono di no". Siamo dei Jolly Joker tutto fare perché non abbiamo famiglia, abbiamo solo noi stessi a cui pensare e quindi abbiamo più tempo e, diciamo la verità, anzi la dicano loro, "ci divertiamo di più" perché "possiamo fare come ci pare".

Ma per una volta che invece 'a livella della quarantena, come si è detto, ci accomuna tutti, non ci si fila nessuno. E adesso che non possiamo e dobbiamo organizzare tutto l'intrattenimento, adesso che non dobbiamo più raccogliere sfoghi e confidenze, nessuno ci chiede come stiamo perché loro lo sanno che stiamo bene, e basta!

Ci fosse una telefonata da parte di amici con famiglia, no. Improvvisamente hanno troppo da fare per gestire l'emergenza: la colf non può venire: "E mo' chi pulisce? E 'mo chi fa la spesa? E mo' chi lo porta il cane fuori all'alba?". Devono prendere i biglietti per far tornare i figli dall'estero, o da Milano, o da dove stanno 'sti figli a studiare, che poi quando tornano a casa si chiudono in camera e non gli parlano, o se gli parlano lo fanno con l'inglese perfetto che gli è costato ventimila euro all'anno e non li capiscono, e se escono dalla camera loro è per mangiare o perché è andata via la luce e quindi è caduto il wi-fi. Devono mettere ogni situazione in sicurezza: loro stessi prima di tutto, poi mogli, figli, madri, nonne, fratelli, sorelle, cognati, coppie amiche della coppia, e solo allora, quando tutto sembra di nuovo sotto controllo, anche se non lo è per niente, finalmente fanno uno squillo all'amico/a single, e non ti chiedono nemmeno come stai, se per una volta hai bisogno di qualcosa: per loro è impossibile non esordire con un "Ahò, te stai a diverti', eh? Beato te che stai da solo!". Ci invidiano e basta. Perché della loro famiglia non ne possono più! Sì, ci saranno molte nascite nel prossimo dicembre, ma anche molti divorzi, o almeno case separate...

E allora vuol dire che abbiamo fatto bene a rimanere single perché diceva Cechov "se temete la solitudine, non sposatevi". Auguri!

 


martedì 27 settembre 2016

Le ore di nessuno

Le ore di nessuno sono quelle del mattino presto o della notte tardi.
Il momento di trepidazione scatta quando ci si scaraventa sul letto dopo il venerdì notte passato in città in giro a far finta che nella nostra vita tutto vada a meraviglia. Ed ecco che sorge il sole del sabato mattina, ci si alza senza la sveglia e guarda caso, proprio oggi che non hai obblighi contrattuali, alle 6 sei un grillo “proprio oggi che potevo dormi’!”. Un frigo spalancato ti abbaglia con il suo neon mentre prendi il barattolo del caffè che stamattina ti preparerai con una lentezza magistrale. Te lo prendi un biscotto? No, sei uno straccio e vuoi che nel tuo stomaco sciacqui solo quella pozione magica, capace di farti capire che hai tutto il giorno per fare quello che ti pare, perché durante le  ore di nessuno non deve succedere niente, se non quello che hai deciso tu. Non apri le imposte, ti è bastata la luce del frigo, ma senti che dalle persiane chiuse filtra l’aria fresca del mattino, vuoi uscire di casa per fare un gesto che il computer ti ha tolto: comprare il giornale di carta. E andare al bar con la sua luce calda accogliente e quel profumo di strutto: guarda come te lo prendi un altro caffè, e pure il cornetto adesso te lo mangi, eh? Ma sei nell’ora di nessuno, la tua, e fai quello che ti pare.
Stamattina ti senti un altro, ti senti padrone del tuo tempo, puoi fare tutto quello che vuoi e mentre leggi il giornale pensi a tutte le magnifiche opzioni che ti si prospettano, te ne vengono in mente mille ma nessuna ti convince fino in fondo. Quello che hai bene chiaro in mente è quello che non vuoi fare: organizzare. Quindi no Ikea, no mare, no corsa al parco, no niente. Adesso leggi e basta poi vediamo, ma la testa non si ferma, non le pare vero di stare su una pista vuota dell’autodromo del tuo sabato, ma oggi quella testa deve capire che c’è solo una strada da percorrere, si chiama Via Te Stesso, non ti sembra possibile, ma il cartello proprio questo recita. Il caffè è finito, è il secondo della giornata, ne ordini un terzo, mentre ti accorgi che il bar si sta affollando (pure di sabato) ma dalle facce di quella gente passa quell’espressione che ti fa capire che anche loro hanno passato la tua stessa serata di ieri.
Invece nella notte, le ore di nessuno hanno un altro suono, quello del silenzio degli altri. Non devi difenderti da niente e se non da quella testa che al buio vede meno. Non trovi quel sonno di cui stanotte non senti la mancanza e giri per casa lentamente, e nulla di quello che vedi sembra avere un senso, anzi: pensi che tutto quello che hai non ti serve più. Pensi che una casa vuota e bianca è tutto quello di cui hai bisogno. Ma solo del tempo che stanotte è tuo e ci faccio quello che voglio.
Ma mentre rifletti, ti ritrovi in bagno con una chiave inglese per cambiare il filtro frangi-getto del lavandino del tuo bagno. Non guardarti allo specchio, non devi renderne conto nemmeno a lui, nell’ora di nessuno.
La tua.

martedì 20 settembre 2016

Regali che fanno la differenza

C’è stato un regalo che nella nostra vita ha fatto la differenza. Si tratta del primo che abbiamo ricevuto a Natale, non da quel buffone di Babbo Natale, ma da quello vero, cioè i nostri genitori.  
Pochi giorni prima c’era stato un 8 dicembre diverso dagli altri: mentre si faceva l’albero, da quelle bocche dei nostri genitori, è uscita per la prima volta la frase rivolta a noi figli:
- Allora? Che vuoi per Natale?... -  Noi, zitti zitti, abbiamo pensato “Ahà! Allora è vero che non esiste Babbo Natale, eh?”. Però abbiamo capito all’istante che non conveniva fare tante polemiche, ma sparare subito la richiesta congrua: un assegno in bianco! No, scherzo: bisognava fare  una richiesta che facesse loro credere che si era effettivamente “cresciuti” nell’ultimo anno tanto da aver meritato quell’Ansa ufficiale: “Babbo Natale non esiste”. Scelto il regalo, bisognava sapere tutto: dove si comprava, nome del negozio, orario, se il giocattolo era disponibile (perché poi alla fine era sempre e comunque un giocattolo), il colore, il prezzo, il codice fiscale del proprietario, il nome dei commessi, soprattutto quello più simpatico che avrebbe potuto assicurare uno sconto del 5% se l’acquisto fosse avvenuto entro il 15 dicembre. Insomma tutto. Fornite queste  informazioni seguiva, da parte dei veri Babbi Natale, un sorriso tra l’ironico e il sarcastico che comunque ci faceva stare con il fiato sospeso fino alle sera del 24. E finalmente sotto l’albero, spuntava inconfondibile il pacco del nostro primo regalo! Nel mio caso: un proiettore bipasso (8 mm e Super8mm). Era il mitico TONDO della Polistil, un oggetto di una bellezza stupefacente tra le mani di un bambino di 10 anni, un oggetto di design firmato da Lurani Cernuschi, ma comunque un giocattolo, tanto che la lampada era una Osram da 12 volt, (quando si fulminava la ricompravo dagli autoricambi perché era la stessa lampadina della luce di posizione della Fiat 500!)
Perché questo regalo ha fatto la differenza tra tutti quegli altri che avevo ricevuto? Perché non era figlio del pensiero genitoriale sempre  accompagnato dal dubbio “questo potrebbe piacergli?”, e non era il regalo imposto “questo va bene perché lo farà crescere”. Ma semplicemente perché quel proiettore era frutto di un desiderio: il mio! Piaceva a me da prima di averlo, l’avevo visto su Topolino, e mi piaceva. Basta. Lo voglio. Babbo Natale non esiste.
Certo che se poi i miei, durante l’acquisto, si fossero anche chiesti “come mai nostro figlio vuole un proiettore e non un razzo, un calcio balilla, una bici, un cavallo, un pezzo d’uranio?”, forse sarebbe stato meglio, noo?


PS: Esiste poi un altro regalo che fa la differenza. È il secondo. Si tratta di una veretta di diamanti by Bvlgari. Ma ne parliamo un’altra volta.

lunedì 19 settembre 2016

Chi ti conosce bene

Chi ti conosce poco in realtà è chi ti conosce meglio, perché conosce la parte più vera di te, cioè la peggiore.
Il buongiorno si vede dal mattino, no? E infatti lo scanner della tua vera personalità comincia proprio dal primo caffè al bar sotto casa, dove a volte nemmeno serve salutare se non con un sopracciglio, e i baristi al bancone ti guardano e ti osservano (spesso senza nemmeno volerlo) tutti i giorni della tua vita per 5 minuti e da quello che ordini hanno già capito tutto di te. La persona che loro preferiscono è ovviamente quello che del “un caffè” e basta, (comunque un “chiuso”), ma il resto della clientela è costituito da persone che ordinano varianti a tutto: un caffè corto, macchiato-caldo, macchiato-freddo, lungo, macchiato, corto-schiumato, cappuccino con latte tiepido, con latte a temperatura ambiente, con latte freddo, col cacao, oppure il peggiore di tutti: un bel cappuccino caldo! Perché, gli altri sono brutti? Oppure, un caffè lungo in tazza grande con un po’ d’acqua calda a parte...
- Un americano!
- No: non è americano, è all’americana!
Il cornetto, mal cotto, cotto male (che è diverso), cotto poco, liscio, vuoto, semplice, normale, pieno, de che? marmellata? quale? albicocche o amarena? un danese, ma senza uvetta, ma senza canditi, ma con la crema, ma poca, allora non lo prendere... insomma: come vuoi che ti giudichino? Hanno in mano tutte le tue paranoie, le insicurezze di cui sono figlie, tutte cose che con altri tieni nascoste per non fare brutte figure, ma al bar non ci stai attento! Solo a un amico puoi chiedere di avere la pazienza di sopportare tutti i tuoi difetti, è lui che può avere, dovrebbe avere, quell’indulgenza che si riserva alle persone con le quali hai condiviso talmente tante cose che ormai la confidenza è come quella che hai con te stesso. Quando avrai un dispiacere troverai sempre quella spalla sulla quale appoggiarti, ma quando avrai bisogno di un consiglio dove serve un po’ di distacco, l’amico è troppo coinvolto e non può avere quella lucidità richiesta dalla questione che poni. È troppo coinvolto, e quindi non vuole rischiare di addolorarti, magari per non perderti come amico.
Questo compito lo possono assolvere altri interlocutori, per i quali non sei un amico, sei un cliente. Insomma il peso netto di una persona lo si ricava da brevi, “brevi”, continuativi momenti vissuti insieme, con regolarità, in modo da tessere un filo che li leghi per emettere una sentenza. Spesso impietosa ma onesta.
Ecco perché quando ti vuoi sposare una ragazza per la quale hai perso la testa, fossi in te, la porterei prima al bar, farei ordinare tutto a lei, farei decidere tutto a lei, ma poi guarderei lui.

Il barista.