martedì 20 settembre 2016

Regali che fanno la differenza

C’è stato un regalo che nella nostra vita ha fatto la differenza. Si tratta del primo che abbiamo ricevuto a Natale, non da quel buffone di Babbo Natale, ma da quello vero, cioè i nostri genitori.  
Pochi giorni prima c’era stato un 8 dicembre diverso dagli altri: mentre si faceva l’albero, da quelle bocche dei nostri genitori, è uscita per la prima volta la frase rivolta a noi figli:
- Allora? Che vuoi per Natale?... -  Noi, zitti zitti, abbiamo pensato “Ahà! Allora è vero che non esiste Babbo Natale, eh?”. Però abbiamo capito all’istante che non conveniva fare tante polemiche, ma sparare subito la richiesta congrua: un assegno in bianco! No, scherzo: bisognava fare  una richiesta che facesse loro credere che si era effettivamente “cresciuti” nell’ultimo anno tanto da aver meritato quell’Ansa ufficiale: “Babbo Natale non esiste”. Scelto il regalo, bisognava sapere tutto: dove si comprava, nome del negozio, orario, se il giocattolo era disponibile (perché poi alla fine era sempre e comunque un giocattolo), il colore, il prezzo, il codice fiscale del proprietario, il nome dei commessi, soprattutto quello più simpatico che avrebbe potuto assicurare uno sconto del 5% se l’acquisto fosse avvenuto entro il 15 dicembre. Insomma tutto. Fornite queste  informazioni seguiva, da parte dei veri Babbi Natale, un sorriso tra l’ironico e il sarcastico che comunque ci faceva stare con il fiato sospeso fino alle sera del 24. E finalmente sotto l’albero, spuntava inconfondibile il pacco del nostro primo regalo! Nel mio caso: un proiettore bipasso (8 mm e Super8mm). Era il mitico TONDO della Polistil, un oggetto di una bellezza stupefacente tra le mani di un bambino di 10 anni, un oggetto di design firmato da Lurani Cernuschi, ma comunque un giocattolo, tanto che la lampada era una Osram da 12 volt, (quando si fulminava la ricompravo dagli autoricambi perché era la stessa lampadina della luce di posizione della Fiat 500!)
Perché questo regalo ha fatto la differenza tra tutti quegli altri che avevo ricevuto? Perché non era figlio del pensiero genitoriale sempre  accompagnato dal dubbio “questo potrebbe piacergli?”, e non era il regalo imposto “questo va bene perché lo farà crescere”. Ma semplicemente perché quel proiettore era frutto di un desiderio: il mio! Piaceva a me da prima di averlo, l’avevo visto su Topolino, e mi piaceva. Basta. Lo voglio. Babbo Natale non esiste.
Certo che se poi i miei, durante l’acquisto, si fossero anche chiesti “come mai nostro figlio vuole un proiettore e non un razzo, un calcio balilla, una bici, un cavallo, un pezzo d’uranio?”, forse sarebbe stato meglio, noo?


PS: Esiste poi un altro regalo che fa la differenza. È il secondo. Si tratta di una veretta di diamanti by Bvlgari. Ma ne parliamo un’altra volta.

lunedì 19 settembre 2016

Chi ti conosce bene

Chi ti conosce poco in realtà è chi ti conosce meglio, perché conosce la parte più vera di te, cioè la peggiore.
Il buongiorno si vede dal mattino, no? E infatti lo scanner della tua vera personalità comincia proprio dal primo caffè al bar sotto casa, dove a volte nemmeno serve salutare se non con un sopracciglio, e i baristi al bancone ti guardano e ti osservano (spesso senza nemmeno volerlo) tutti i giorni della tua vita per 5 minuti e da quello che ordini hanno già capito tutto di te. La persona che loro preferiscono è ovviamente quello che del “un caffè” e basta, (comunque un “chiuso”), ma il resto della clientela è costituito da persone che ordinano varianti a tutto: un caffè corto, macchiato-caldo, macchiato-freddo, lungo, macchiato, corto-schiumato, cappuccino con latte tiepido, con latte a temperatura ambiente, con latte freddo, col cacao, oppure il peggiore di tutti: un bel cappuccino caldo! Perché, gli altri sono brutti? Oppure, un caffè lungo in tazza grande con un po’ d’acqua calda a parte...
- Un americano!
- No: non è americano, è all’americana!
Il cornetto, mal cotto, cotto male (che è diverso), cotto poco, liscio, vuoto, semplice, normale, pieno, de che? marmellata? quale? albicocche o amarena? un danese, ma senza uvetta, ma senza canditi, ma con la crema, ma poca, allora non lo prendere... insomma: come vuoi che ti giudichino? Hanno in mano tutte le tue paranoie, le insicurezze di cui sono figlie, tutte cose che con altri tieni nascoste per non fare brutte figure, ma al bar non ci stai attento! Solo a un amico puoi chiedere di avere la pazienza di sopportare tutti i tuoi difetti, è lui che può avere, dovrebbe avere, quell’indulgenza che si riserva alle persone con le quali hai condiviso talmente tante cose che ormai la confidenza è come quella che hai con te stesso. Quando avrai un dispiacere troverai sempre quella spalla sulla quale appoggiarti, ma quando avrai bisogno di un consiglio dove serve un po’ di distacco, l’amico è troppo coinvolto e non può avere quella lucidità richiesta dalla questione che poni. È troppo coinvolto, e quindi non vuole rischiare di addolorarti, magari per non perderti come amico.
Questo compito lo possono assolvere altri interlocutori, per i quali non sei un amico, sei un cliente. Insomma il peso netto di una persona lo si ricava da brevi, “brevi”, continuativi momenti vissuti insieme, con regolarità, in modo da tessere un filo che li leghi per emettere una sentenza. Spesso impietosa ma onesta.
Ecco perché quando ti vuoi sposare una ragazza per la quale hai perso la testa, fossi in te, la porterei prima al bar, farei ordinare tutto a lei, farei decidere tutto a lei, ma poi guarderei lui.

Il barista.

giovedì 15 settembre 2016

Una musica da eroi

Amico mio, c’è una domanda che voglio farti: cosa pensavi oggi, 30 anni fa, quando DOVEVI fare il militare (per altro nella tua città) e ogni volta che uscivi dalla caserma pensavi che stavi buttando il tuo tempo?
Avevi una macchina prestata da tuo padre che ti permetteva di correre a casa, dalla tua ragazza? Cos’era che ti faceva imbestialire in quel traffico delle sette di sera tornando a casa dopo il turno? So che facevi un gioco incredibile tra cambio, frizione e freno che solo perché era una Golf non si è sfondato tutto (o forse sì) e tu urlavi dall’abitacolo a chiunque non capiva le tue traiettorie (e come poteva) frenando all’improvviso, sgommando di rabbia per ribadire che tu ci avevi visto giusto, suonando il clacson per rimproverare la disattenzione altrui ai tuoi disegni delle magnifiche traiettorie che vedevi solo tu, solo per tornare il prima possibile a casa e fare una doccia, la tua doccia, per lavarti via tutta quella giornata uguale alle altre, e fare finta che nelle ultime 12 ore non fosse successo niente, e indossare una faccia presentabile a quella tua ragazza che ti aspettava con gli occhi ardenti e fare il maschio quando ti chiedeva come è andata oggi, rispondendole tutto ok, non è successo niente, quando invece avevi sofferto come un cane in mezzo a gente che non conoscevi, che con te non c’entrava niente e che non avresti mai più rivisto nella tua vita. Anche se con loro avevi passato il Natale, il Capodanno, la Pasqua e non con lei, e l’unico amico tuo era quel telefono a gettoni in fondo al corridoio del corpo di guardia che era diventato la tua casa per 12 ore al giorno (tu solo sai che quando la cassetta dei gettoni era piena il telefono non funzionava più ed eri riuscito ad avere il numero di casa di chi la svuotava per dirgli di venire il prima possibile, perché tutti voi lì dentro eravate isolati dal resto del mondo).
In quelle notti, quando tornavi infrangendo i limiti di velocità perché pensavi solo a lei, c’era una musica che ti accompagnava e che ti faceva sentire un eroe: era una musica triste, quella musica che si addice agli eroi, e ti faceva pensare che tutto quello che di penoso stavi passando non serviva a niente ed era solamente una perdita di tempo. Pensavi che nella tua vita non ci sarebbero mai più stati momenti così, ti sbagliavi perché poi, a ben vedere, nella tua vita questa musica e le sue suggestioni ti hanno sempre accompagnato, ma quei momenti hanno cambiato faccia, nome, sono diversi, e oggi si chiamano responsabilità. Tutte quelle che (forse anche giustamente) hai scansato sgommando per tornare in quella casa, per quella doccia, tra quelle braccia, ora ti sono di nuovo accanto, ora che hai trent’anni di più.
Il giorno del congedo, ti sei ritrovato da solo, dopo 365 giorni, davanti all’armadietto che aveva custodito il tuo costume di scena di un anno, la divisa l’hai regalata a quel caporale che sarebbe rimasto e la tua, insieme a tutto il resto del corredo, gli avrebbe fatto comodo. Tu non avevi gli strumenti per riflettere che stavi regalando un pezzo di te, perché quella divisa era tessuta di te e dei tuoi pensieri e chissà che qualcosa del tuo dolore e della rabbia non gli sia rimasta appiccicata addosso...
Ma cosa importa? Oggi, ti piaccia o no, non sei più quel ragazzo che combatte con una Golf nel traffico della tua città per non far tardi a casa ma un uomo che sa che gli ostacoli che evitava, oggi sono i suoi migliori amici. E quella musica da eroi glielo ricorda ogni volta che la sente.
Nell’iPod.

mercoledì 7 settembre 2016

Il re dei tavoli

In casa c’è un tavolo diverso da tutti gli altri tavoli. È il tavolo della cucina che non è un tavolo come gli altri.
Non è quello della tua stanza, dove provavi a fare le versioni in attesa della telefonata delle 19, quando il secondo della classe, non il primo, ti dettava la versione, “ma solo per controllare, eh?”. Era una telefonata veloce, al massimo venti minuti, perché poi alle 19.20 cominciava Happy Days.
Non è quello del salotto, il tavolo da pranzo, che nasce importante già di suo, ha sempre un centro tavola, un vaso di fiori, un oggetto prezioso, è un tavolo da domenica, e ha un nemico: il divano accanto dove fare la pennica dopo il terzo giro di Gran Premio.
Invece, il tavolo della cucina è un tavolo nudo, spoglio, pronto per accogliere tutto. È un tavolo “tabula rasa”, è il foglio bianco della tua vita. Si presta a  qualsiasi cosa, non solo ai preparativi del pranzo o della cena. Oltre al fatto che ci facevi i compiti già alle elementari aiutato da chi ci stava stirando i panni, quello era il tavolo dove hai giocato a tombola la sera di Natale, quando si andava a casa di nonna, in mezzo alle bucce dei mandarini, delle noci, ai bicchieri ormai appannati dall’unto del baccanale appena consumato.
È il tavolo da lavoro, dove puoi farci di tutto, spesso con l’attack, tanto se cade qualcosa: “che mi frega, è il tavolo della cucina...”
È un tavolo accogliente: a Elton John non pare vero di accomodarcisi da quando ha una famiglia, tornando a casa la sera.
Si può definire un tavolo davvero democratico, perché accetta tutti i tipi di discussioni, futili e importanti, anche perché è quello delle grandi decisioni, dei preventivi, dei documenti da leggere, sul quale puoi aprire le mappe (sì, quelle di carta, non quelle di Google) per decidere il viaggio della prossima estate, è il tavolo dei sogni, ma anche il tavolo delle ammissioni di colpa.
Senza dimenticare che questo tavolo si presta a tutto, anche alla seduzione: ce la ricordiamo tutti la scena de “Il postino sempre due volte” con Jack Nicholson e Jessica Lange che si rotolavano tra nuvole di farina, ringhi, e urla soffocate.
Quando devi fare qualcosa che lascia il segno, è a quel tavolo che devi pensare. George Clooney, potendo scegliere tutte le location possibili al mondo dove dichiararsi a quella che sarebbe poi diventata sua moglie, dove le ha fatto trovare l’anello? Sul tavolo della cucina!
Tra l’altro è il tavolo più pulito di casa, e ci tieni a tenerlo pulito, perché sporco è peggio di un letto sfatto, tanto da essere usato anche come tavolo operatorio per piccoli interventi chirurgici casalinghi (tipo alcool e cerotti).  
Personalmente è il tavolo dove tutto mi viene meglio, de se non ci metto il Mac è solo perché ho paura che si sporchi con i fumi unti della cucina appunto. Ma so che il giorno che lo facessi, mi verrebbe fuori il capolavoro che non sarò mai capace di scrivere...


PS: vuoi vedere che domani sposto il Mac?

venerdì 20 maggio 2016

Cartoni animati


Ho creduto ai cartoni animati.
Ho creduto che una madre potesse essere uccisa dai cacciatori e mio padre potesse essere talmente severo da farmi crescere troppo in fretta per poter essere ancora un cerbiatto che giocava con un coniglio.
Oppure che una madre potesse essere portata via perché considerata pazza solo perché voleva proteggere il figlio da chi lo prendeva in giro per le sue orecchie...
Ho creduto allora che una pantera potesse insegnarti la vita e metterti in guardia dai suoi pericoli, quei pericoli che pensavo potessero arrivare solamente da quelli come quel serpente, e invece avevano altre facce, diverse, ma che a volte credevo amiche...
Ho creduto che i gatti fossero essere nemici dei topi per poi scoprire che a volte proprio i topi possono dare una dritta a quei gatti che non se l’aspetterebbero... 
Ho creduto che un gatto del Colosseo potesse sposarsi con una gattina dell’alta società anche se parlava un’altra lingua...
Ho creduto che un cane potesse farmi trovare la donna della mia vita facendomi fare un bagno solo perché lui voleva conoscere la “sua” ragazza.
Poi sono cresciuto e ho saputo che Walt Disney forse era una spia dei “comunisti” in America.
Ma poi ho visto anche il film su Trumbo, lo sceneggiatore sotto falso nome  di “Vacanze Romane” vessato proprio dal maccartismo, e ho capito che Walt era uno sciocco e forse anche un ignorante, anche se ha costruito una città che porta il suo nome e che riesce a farmi sentire quel Peter Pan che non smetterò mai di essere mio malgrado.
Ma poi ho letto che Marcello Mastroianni (che ha fatto quello che voleva tutta la vita) ha passato i suoi ultimi giorni guardando questi cartoni animati in VHS, e ho capito che alla fin dei conti all’uomo basta sentirsi raccontare una favola nei momenti brutti della vita per sentirsi un po’ meglio...
Del resto, quanto ci basta poco, no? Una cena tra amici (che è sempre al primo posto, si sa); un lavoro che almeno per il 50 % assomigli a quello che volevamo fare da piccoli, compreso il pompiere, che quando passa ancora oggi non riesco a non guardarlo, mentre guida quel camion altissimo, senza fargli un sorriso misto a rispetto per quel coraggio che non avrò mai; una bella canzone da ballare con la ragazza che ti piace, un abbraccio con l’amico con il quale hai litigato e magari lui nemmeno lo sa; una carezza alla tua ex che ti ha fatto tanto soffrire tempo fa, troppo, e quindi basta! Quella sera che “Stasera mi faccio una sigaretta... -  Ma tu non fumi! - E che mi frega?”
E poi, non ultima, la certezza che domani mattina ci faremo un bel caffè presto e saremo pronti a ricominciare questa follia che tutti chiamiamo vita.

PS: ma stanotte, mentre sto scrivendo, voglio ringraziare i miei amici di quando ero piccolo: Bambi, Tippete, Dumbo, Bagheera, Kaa, Pongo, Peggy, Scat Cat, e pure Walt, perché due idee ce l’ha avute pure lui!

martedì 1 marzo 2016

Un pezzo sigla

I pezzi sigla sono quei pezzi (come li chiamo io “pezzi”, si dovrebbe dire “brano”, ma “pezzo” mi piace di più, non so perché) che per un motivo o per l’altro diventano la sigla di qualche momento della tua esistenza. Non dipende dall’epoca in cui sono stati scritti, ma dal momento in cui sono capitati nella tua vita. E assumono solo quel mood che stavi vivendo allora.  
Tra i tanti mi è tornato in mente questo di Christopher Cross: “Ride like the wind” del 1979, anche se per noi era una novità del 1981! Nel mio caso specifico questo pezzo è diventato senza volerlo la sigla della notte dei miei “100 giorni”. Eravamo con quasi tutta la classe al Circeo, in una casa di una nostra compagna che l’aveva aperta a marzo per l’occasione: sacchi a pelo per tutti, divani, e i letti delle camere. Ovviamente tutti a urlare “barbecue”, poi una volta arrivati si scopre che piove, tira vento e che fa un freddo blu. Quindi pizza e via! (cosa avremmo combinato in quella pizzeria?!). Poi si torna a casa, qualcuno (io) fa le foto con una Kodak Instamatic Pocket, una camera oscura di plastica nera che aveva l’ardire di chiamarsi macchina fotografica. Ma rivederle oggi quelle foto si piange comunque. Qualcuno tira fuori le carte e si organizza un poker patetico. Le ore passano, qualcuno sviene in branda, si rifanno gli stessi circoli della ricreazione, gli amici con gli amici, qualcuno finalmente scopre che quel compagno di classe che odiava dal primo giorno del ginnasio in fondo non era poi così male.
Poi l’alba, che fai non la vedi? Con il solito astronomo secchione che dice “l’alba sul Tirreno non c’è, si vede sull’Adriatico...”. Ah già! Vabbè ma che ci frega! Noi siamo giovani, noi dobbiamo fare la maturità! I discorsi si allentano, i silenzi diventano più lunghi e gli sguardi si cominciano a perdere davanti a quest’alba che non arriva. E a qualcuno viene un’idea: prende una cassetta TDK e la mette in un radione, fregandosene di quelli che dormono, e partono quegli accordi, Dom7, Sib, dove c’era innanzitutto qualcosa di simile a un orgoglio celato (“ce la posso fare”, non proprio un “ce la farò” compiuto), e una certa fatica da affrontare. Improvvisamente tutti sentono qualcosa nelle orecchie e nell’animo. Ci sentiamo davanti alle nostre vite ancora da vivere, ancora fresche, piene di illusioni, e qualche certezza, che a pensarci bene, le certezze di un diciottenne sono le più tristi che si possano avere. Ma eravamo tutti con il futuro davanti, tutti con quella forza che non riavremo mai più nella nostra vita. Ed è proprio in quel momento che comunque un po’ di luce arriva sulla spiaggia, non è l’alba del Tirreno, è la nostra, e sotto c’è questo pezzo dal titolo profetico: ride like the wind. E per un attimo immenso abbiamo pensato che nella nostra vita avremmo dovuto correre come il vento.
E basta.

PS: sia chiaro poi che se la canzone nell’inglese di Christopher Cross parla di uno in fuga dal Messico con i problemi a scavalcare la frontiera e il suo passato, è un altro paio di maniche, e certo non ne parliamo in questo blog.

domenica 14 febbraio 2016

Sanremo stanotte


La notte di Sanremo è cominciata non appena è finita la serata. Nel secondo in cui si spengono le luci, dietro le quinte sono già appostati i condor, i tecnici che le smontano con gli avvitatori già in moto nella cintura come colt col grilletto alzato. Non riesci a dire grazie a tutti che tutto il circo viene smontato e tu devi uscire perché adesso sono gli altri che lavorano, ti senti improvvisamente come la notte del 6 gennaio, quando devi smontare l’albero il prima possibile, perché domani è il 7 e fuori contesto quell’albero diventa tristissimo. Ma la festa non è finita, continua in strada, nei ristoranti, nei bar, nei locali, per festeggiare tutto, sei hai vinto, se hai perso, perché “vuoi mettere? Sono stato in gara a Sanremo, se me l’avessero detto un anno fa chi ci avrebbe creduto?”. I sorrisi, le pacche sulle spalle, le lacrime, le foto, gli attestati di stima, le invidie, gli autografi, i complimenti, i “grazie “davvero”, “sul serio”, “veramente” come se la semplice parola “grazie” non bastasse più. Un’orgia che ti fa brillare gli occhi senza pensare al momento che stai vivendo, lo vivi così come viene, perché un pensiero se riesce a cominciare viene interrotto da un “Oh, vediamoci, eh?” - “Si dài, ti chiamo domani” - “Ti aspetto!”. E intanto, forse, ti vedi da fuori, al rallenty, come se tutto ti passasse accanto senza sfiorarti. Fino a quando non spunta quell’alba, annunciata improvvisamente da quel cameriere che appena mezz’ora fa ti ha portato l’ultima vodka e ora sta mettendo le sedie capovolte sopra i tavoli per lavare per terra. Com’è possibile? Era lui sorridente poco fa ma adesso ha un’altra faccia, dov’è finito quel sorriso di prima?
In albergo torni solo per chiudere la valigia, e il saluto del portiere di notte ti sembra un addio più che un arrivederci. Perché l’alba dopo la festa è il momento verità nella vita di un uomo, è in quei momenti che ti chiedi cosa rimane di tutti quei coriandoli per terra. Di tutto quello che hai fatto finora.
Rimane quel taxi che aspetti ben oltre i due minuti che ti avevano detto. Non sai chi chiamare, perché tutti gli altri, quelli che fino a poche ore fa hai chiamato pubblico, dormono. E mentre lo aspetti tutto quello che vedi attorno assume un altro significato, tragico come un inverno che sta per cominciare. Mentre osservi quel negozio di orologi usati con le luci spente, non pensi all’occasione di comprarlo per fare un affare ma a chi è appartenuto prima di te, che se lo sarà impegnato perché ieri notte al Casinò non è andata bene. Ma quando arriva il taxi, senti che dici solo una cosa: “andiamo”. Perché la festa è finita. 
Bisogna trovarne un’altra.