Ero pazzo di lei, semplicemente. Perché, manco me lo ricordo. Si potrebbe dire per “Pretty Baby”, ma in realtà quella bella era Susan Sarandon, Brooke era una bambina troppo truccata con un capoccione. “Laguna Blu?” Ma per favore, uno dei più brutti film al mondo. Allora “Amore senza fine” di Franco Zeffirelli, un film così così ma tratto da un romanzo di Scott Spencer che illustrava l’amore assurdo di un adolescente, qualcosa che prima o poi abbiamo passato tutti pensando di avere trovato la donna della nostra vita troppo presto (molti si sono sposati e hanno divorziato in tre anni con figli e case da spartire). Ma non è nemmeno per colpa di quel film che persi la testa. No, ora me lo sono ricordato. Sbroccai per una frase detta da lei, ma scritta da un altro, per la campagna dei primi jeans firmati da uno stilista (Calvin Klein). La frase era: “Volete sapere cosa passa tra me e i miei jeans Calvin Klein? Niente!”. All’epoca, sempre 1981 ovviamente, bastava e avanzava. “Ah, quindi questa fa la modella?” mi dicevo e via a comprare tutti gli Harper’s Bazaar, Vogue, Cosmopolitan, per vedere le sue foto: pagine e pagine di roba straordinaria e inutile ma sfogliare lentamente quelle immagini pazzesche con il sottofondo del Concerto in sol di Ravel era esaltante, mentre imparavo a memoria i nomi dei fotografi che all’epoca erano ragazzi fortunati di trent’anni e oggi sono considerati dei guru dell’immagine, peraltro miliardari e sposati con modelle di tuttora stupefacente bellezza. Scrutare, ammirare, guardare quelle foto, comunque bellissime, ha inconsapevolmente fissato uno standard impossibile da eguagliare in bellezza, appunto, ma anche glamour e forse stile di vita, quello dei fotografi?
Oggi Brooke compie 47 anni. Chissà con chi chissà perché.
Posso anche farle gli auguri, ma solo perché di lei ero pazzo.
Visto che oggi ho capito che mi ha rovinato.
giovedì 31 maggio 2012
lunedì 21 maggio 2012
lunedì 14 maggio 2012
I Fratelli Gibb
Una bella notizia di un paio di settimane fa ci aggiornava sul risveglio dal coma di Robin Gibb, uno dei Bee Gees, ad opera di Barry, suo fratello, che per giorni al capezzale gli ha cantato personalmente una canzone nell’orecchio: sono i vantaggi di andare in coma e avere un fratello cantante... Nella fattispecie si trattava di “Crying” di Roy Orbison, quello di “Pretty Woman”. Il pezzo non ha un titolo tipico da risveglio, da coma tra l’altro, e anche ad ascoltarlo su YouTube si ha la sensazione che in passato qualcosa non abbia funzionato a casa Gibb. Ma io dico: ma se devi svegliare tuo fratello dal coma cantagli almeno una canzone delle vostre, no? Tipo, “Stayin’ Alive”, che anche solo dal titolo è meglio, no? Però, vallo a sape’, se a Robin piaceva quella... in effetti si è svegliato. Magari per dirgli soltanto: “ahò, e basta co’ ‘sta pizza!”.
Comunque facciamo tutti gli auguri ai fratelli Gibb che personalmente mi sono sempre stati simpatici e con il loro capolavoro nel 1977 ci hanno fatto credere di essere capaci un giorno di rimorchiare anche solo ballando. E se ci pensate un attimo ci sono riusciti: quando nelle cene di oggi, un pazzo che si è stufato si alza e con l’iPod connesso allo stereo di casa fa partire un pezzo de “La Febbre del Sabato Sera” qualcuno sicuro rimorchia quella ragazza, ora donna, che gli era sempre piaciuta ma non aveva mai osato dirglielo!
PS: A Barry, meno male che non gli hai cantato la vostra “Tragedy”.
Comunque facciamo tutti gli auguri ai fratelli Gibb che personalmente mi sono sempre stati simpatici e con il loro capolavoro nel 1977 ci hanno fatto credere di essere capaci un giorno di rimorchiare anche solo ballando. E se ci pensate un attimo ci sono riusciti: quando nelle cene di oggi, un pazzo che si è stufato si alza e con l’iPod connesso allo stereo di casa fa partire un pezzo de “La Febbre del Sabato Sera” qualcuno sicuro rimorchia quella ragazza, ora donna, che gli era sempre piaciuta ma non aveva mai osato dirglielo!
PS: A Barry, meno male che non gli hai cantato la vostra “Tragedy”.
martedì 24 aprile 2012
Quando torni a casa presto la sera
Quando si torna a casa presto la sera c’è un momento che non appartiene a nessuno: è quell’orario compreso tra la sera che sta finendo e la notte che non è ancora cominciata. Insomma, un’altra zona grigia terribile: ti sembra che tutto quello che hai fatto oggi non sia servito a niente e quindi cadi nella trappola del bilancio, delle domande, dei dubbi. La testa comincia ad avvilupparsi su un passo di vite che non porta da nessuna parte, cominci a notare quello che ti circonda e ogni cosa ti fa riflettere. Guardi quei due ragazzi che sulla strada stanno litigando, per cosa ti chiedi, lui fa gesti veloci con le braccia, lei lo guarda in silenzio e pensi che sia una sciocchezza e probabilmente è vero...
Due signori, lui con il cappotto e lei con una pelliccetta, tornano a casa dal cinema delle 8, si saranno mangiati una cosetta prima del film e tra poco andranno a dormire...
Due spazzini stanno preparando le cose da far raccogliere al camioncino che li segue muovendosi lento e con la coda di macchine dietro che non riescono a superarlo. Tu lo incroci nell’altro senso e ti accorgi dello sguardo dell’autista fisso sul volantino e pensi che quell’uomo conosce quella strada come forse nient’altro nella sua vita...
In un negozio due commesse stanno allestendo la vetrina del giorno dopo, avranno lavorato tutto il giorno e stanotte gli tocca pure fare tardi lì dentro in mezzo a manichini dalle taglie impossibili...
Gli studenti di una classe in gita stanno facendo un coro per farsi coraggio in una città di cui non ricorderanno niente fino a quando non ci torneranno per lavoro e solo allora potranno dire “io qui c’ero venuto per i 100 giorni!”.
Un tipo che non sapresti dire come è vestito cammina smanettando sull’iPod per cercare una canzone che possa accompagnarlo per il resto della notte. Ti viene in mente che ne hai uno anche tu dietro e ti sembra la soluzione a questa sera che non vuole finire e diventare notte per farti dire che anche oggi è passato. Ma mentre lo cerchi il taxi si ferma a un semaforo e vedi un uomo vestito da lavoro, con il trench alzato sul collo, ti spaventa, perché ci metti un secondo a riconoscerlo: sei tu. Dici all’autista che va bene anche qui e guardi il tassametro, preparandoti a lasciare una mancia che non importa perché stasera non ti va di aspettare il resto. E fai quegli ultimi passi verso casa, con un po’ di musica nelle orecchie, butti un altro sguardo addosso a questa città che chissà perché stasera non ti sembra amica. Perché questa sera sei tornato a casa presto.
Da solo.
Due signori, lui con il cappotto e lei con una pelliccetta, tornano a casa dal cinema delle 8, si saranno mangiati una cosetta prima del film e tra poco andranno a dormire...
Due spazzini stanno preparando le cose da far raccogliere al camioncino che li segue muovendosi lento e con la coda di macchine dietro che non riescono a superarlo. Tu lo incroci nell’altro senso e ti accorgi dello sguardo dell’autista fisso sul volantino e pensi che quell’uomo conosce quella strada come forse nient’altro nella sua vita...
In un negozio due commesse stanno allestendo la vetrina del giorno dopo, avranno lavorato tutto il giorno e stanotte gli tocca pure fare tardi lì dentro in mezzo a manichini dalle taglie impossibili...
Gli studenti di una classe in gita stanno facendo un coro per farsi coraggio in una città di cui non ricorderanno niente fino a quando non ci torneranno per lavoro e solo allora potranno dire “io qui c’ero venuto per i 100 giorni!”.
Un tipo che non sapresti dire come è vestito cammina smanettando sull’iPod per cercare una canzone che possa accompagnarlo per il resto della notte. Ti viene in mente che ne hai uno anche tu dietro e ti sembra la soluzione a questa sera che non vuole finire e diventare notte per farti dire che anche oggi è passato. Ma mentre lo cerchi il taxi si ferma a un semaforo e vedi un uomo vestito da lavoro, con il trench alzato sul collo, ti spaventa, perché ci metti un secondo a riconoscerlo: sei tu. Dici all’autista che va bene anche qui e guardi il tassametro, preparandoti a lasciare una mancia che non importa perché stasera non ti va di aspettare il resto. E fai quegli ultimi passi verso casa, con un po’ di musica nelle orecchie, butti un altro sguardo addosso a questa città che chissà perché stasera non ti sembra amica. Perché questa sera sei tornato a casa presto.
Da solo.
giovedì 29 marzo 2012
A portata di mano
Attaccati a una scrivania. Prendete un metro. Fatelo partire da una spalla. Misurate fino alla mano. Totale? A me 70 centimetri. Deve essere tutto a 70 centimetri. TUTTO. Quindi il telefono, il portamatite, un fermacarte, un posacenere se per caso ancora fumate (affari vostri), il computer, la stampante, i fazzoletti di carta, una candela profumata (meglio una Diptique o una Rigaud), qualche telecomando, le agendine, i Moleskine, il fermacarte con tutti i biglietti del cinema (per segnarli sull’agenda) e le ricevute delle carte di credito, e anche una bottiglia d’acqua. Tutto deve essere entro il raccordo anulare personale dal raggio di 70 centimetri perché spostare il busto per raggiungere un’altra cosa sarebbe uno sforzo troppo grande, come se un movimento in più potesse togliere quel secondo che servirebbe per altro, niente deve distrarre dall’attenzione sulla cosa che stiamo facendo come, per esempio, mettere un pensiero per iscritto. Anche i bambini, se non ce la fanno con il loro braccino a prendere quello che desiderano in quell’istante, non hanno altra risorsa che il pianto, proprio perché non riescono ad ottenere l’oggetto del loro desiderio: solo ora capisco che non è un capriccio (anche se i genitori continuano a chiedergli “ma che ci fai con quel sonaglio, che ti frega?”) ma l’improrogabile esigenza d’inseguire un pensiero per portarlo a compimento. E dare un senso a tutto, in poche parole: cominciare e finire una cosa, mettiamola così. Anche perché se mettessimo insieme tutti i secondi impiegati per raggiungere, a questo punto chiamiamolo pure “obbiettivo”, che risultato darebbe la somma? Una bottiglia d’acqua in cucina, 20 secondi; l’agendina all’ingresso 8; accendere lo stereo 5 secondi. Andata e ritorno, eh? Quindi non è certo per risparmiare tempo ma insomma solo per non essere disturbati da sciocchezze che lì vicine sono importanti solo per il fatto di essere dentro il raggio d’azione di un braccio lungo 70 centimetri. Ed è per questo che anche a tavola deve essere tutto vicino, mi piacerebbe addirittura che tutte le portate fossero già pronte lì in sequenza, come su un binario che porta dritto dritto in stazione. Alternative per avere tutto a portata di mano? Mi viene in mente solo il direttore d’orchestra, fai un gesto e chiunque esegue. Anche una sinfonia, dall’inizio alla fine, senza interruzioni. E infatti avrei voluto fare il conservatorio, ma mia madre mi disse “prendi il classico, a mamma” e ora eccomi qui a filosofeggiare...
mercoledì 21 marzo 2012
Ghostbusters
Andate a vedere il film di Ferzan. Un gruppo di attori ormai fantasma restano intrappolati dal dopoguerra in una casa di Monteverde a Roma in attesa di essere liberati da un ragazzo che diventa loro amico oggi, nel 2012. Mi chiedo: ma un regista lo sa cosa scatena nelle teste di chi poi vedrà il film, quando butta giù due righe con uno sceneggiatore? Immaginate la prima riunione: “Che ne dici di un ragazzo che prende in affitto una casa dove abitano dei fantasmi?”. E l’altro: “Perché no?”. E via! Cominciando a lavorare per farci viaggiare insieme a loro qualche mese più tardi quando una lampada si accenderà su una bobina di pellicola proiettando le loro idee sugli schermi della nostra mente, ecco perché se volete perdervi nei meandri di una storia che potevano raccontarvi in un’altra vita, dovete prendere un autobus, o meglio un tram, e buttarvi dentro un cinema dove lo fanno. Andatevelo a vedere se vi piace essere portati per mano da un uomo, Ferzan che, turco, ci conosce meglio di noi stessi, capace ogni volta di raccontarci storie davanti allo specchio per farci vedere come siamo veramente, o cosa diavolo vorremmo essere, veramente. Se volete vedere TUTTI gli attori in grado di recitare TUTTE le battute del film bene, senza una stonatura che vi distragga da tutti gli altri reparti del film: se volete rivedere Anna Proclemer e capire quanto è bello sentire i toni di voce modulati secondo le esigenze, che solo l’esperienza di una vita può far suonare in quel modo, se volete ammirare la bellezza e la giustezza di tutti gli altri (Beppe Fiorello dovrebbe uscire di casa così tutti i giorni!). Se volete vedere una serie d’inquadrature illuminate come un dipinto grazie alla bravura del direttore della fotografia, Maurizio Calvesi. Se sognate una casa come quella, scenografata a Cinecittà, ma che vi sembra proprio quella dove avete vissuto i momenti più belli della vostra vita, dove ogni angolo vi ricorda qualcosa e ha un profumo diverso secondo le ore del giorno. Se volete ascoltare le canzoni (come Perfidia cantata da Nat King Cole) che vi fanno sentire meglio all’istante e al cinema pensate a quanto siete scemi a non averle ancora messe sul vostro iPod. Se volete uscire dal film leggeri e pieni di speranza e riflettere sulla vostra esistenza e capire che veramente non è mai troppo tardi fino a quando non si scrive la parola fine, andate a vedere questo film che, come tutte le cose vere della vita, ti fa ridere e ti fa piangere. Perché se nella vita non riuscite a fare a meno dei vostri fantasmi tanto vale farseli amici.
giovedì 15 marzo 2012
On the bike
È incredibile come il primo passo che stendi sull’asfalto perché hai deciso che oggi vai a piedi, ti faccia sentire il principe della strada, ti sembra che tutti vadano più lenti di te, e credi di essere l’unico a camminare con quel passo spedito e risoluto che DA SEMPRE accompagna tutta la tua vita in qualsiasi circostanza. Quel nastro di catrame, quell’insieme ordinato di sampietrini, quel lastricato di basalto ti sembra un tappeto rosso che ti porta di filato al successo, sfila veloce sotto i tuoi piedi come un tapis roulant impazzito, e non fai in tempo nemmeno a notare i suoi cambi di superficie che sei già arrivato...
È incredibile come il primo colpo di pedale a bordo di una bici dia sempre un nuovo significato alla parola movimento. Metti la punta della scarpa da ginnastica (molti la chiamano sneakers, io non riesco) sul pedale, carichi il ginocchio indietro come per prendere una rincorsa, spingi la gamba in giù: miracolo, quella parte, e un po’ di fresco in faccia di colpo ti toglie tutti gli anni che hai accumulato da quel giorno in cui hai detto a tuo padre che ti teneva il sellino da dietro: “lasciami, ci so andare da solo!”. Ti sorprendi a suonare quel campanello in un modo diverso dal clacson, questa volti SEI TU che passi, non la tua macchina, ti viene in mente che comunque è meglio il “drin-drin” che il “ding-dong”, e lasciamo stare la sensazione che provi a risentirlo, perché lo sguardo invidioso degli altri pedoni al tuo passaggio è troppo gratificante: domani dovranno tirare fuori la bici anche loro...
È incredibile come il primo colpo che dai con la mano serrata a tavoletta in una piscina ti faccia sentire libero come un pesce anche nel chiuso di una vasca da pochi metri, ti basta un costume da bagno e un paio di occhialetti, per il resto sei solo tu e l’acqua che ti circonda come una vita fa nel grembo materno. È solamente mentre nuoti, grazie a quei movimenti che ancora ti stupisci di avere imparato troppo tempo fa, che ti senti addosso tutto quello che sei con pregi e difetti ma, guarda un po’, più leggero, meno pesante
(grazie al principio di Archimede, che ti torna in mente pure quello). Bracciata dopo bracciata, a prescindere da quanto ci metti, ti sembra che avere l’acqua nelle orecchie sia l’unico momento della tua vita in cui ragioni davvero: ti serve quel gorgoglìo per capire che nella vita alla fine basta muoversi. E da oggi è il tuo principio. Come quello di Archimede!
PS: nella foto un uomo in bicicletta
È incredibile come il primo colpo di pedale a bordo di una bici dia sempre un nuovo significato alla parola movimento. Metti la punta della scarpa da ginnastica (molti la chiamano sneakers, io non riesco) sul pedale, carichi il ginocchio indietro come per prendere una rincorsa, spingi la gamba in giù: miracolo, quella parte, e un po’ di fresco in faccia di colpo ti toglie tutti gli anni che hai accumulato da quel giorno in cui hai detto a tuo padre che ti teneva il sellino da dietro: “lasciami, ci so andare da solo!”. Ti sorprendi a suonare quel campanello in un modo diverso dal clacson, questa volti SEI TU che passi, non la tua macchina, ti viene in mente che comunque è meglio il “drin-drin” che il “ding-dong”, e lasciamo stare la sensazione che provi a risentirlo, perché lo sguardo invidioso degli altri pedoni al tuo passaggio è troppo gratificante: domani dovranno tirare fuori la bici anche loro...
È incredibile come il primo colpo che dai con la mano serrata a tavoletta in una piscina ti faccia sentire libero come un pesce anche nel chiuso di una vasca da pochi metri, ti basta un costume da bagno e un paio di occhialetti, per il resto sei solo tu e l’acqua che ti circonda come una vita fa nel grembo materno. È solamente mentre nuoti, grazie a quei movimenti che ancora ti stupisci di avere imparato troppo tempo fa, che ti senti addosso tutto quello che sei con pregi e difetti ma, guarda un po’, più leggero, meno pesante
(grazie al principio di Archimede, che ti torna in mente pure quello). Bracciata dopo bracciata, a prescindere da quanto ci metti, ti sembra che avere l’acqua nelle orecchie sia l’unico momento della tua vita in cui ragioni davvero: ti serve quel gorgoglìo per capire che nella vita alla fine basta muoversi. E da oggi è il tuo principio. Come quello di Archimede!
PS: nella foto un uomo in bicicletta
Iscriviti a:
Post (Atom)





