Attaccati a una scrivania. Prendete un metro. Fatelo partire da una spalla. Misurate fino alla mano. Totale? A me 70 centimetri. Deve essere tutto a 70 centimetri. TUTTO. Quindi il telefono, il portamatite, un fermacarte, un posacenere se per caso ancora fumate (affari vostri), il computer, la stampante, i fazzoletti di carta, una candela profumata (meglio una Diptique o una Rigaud), qualche telecomando, le agendine, i Moleskine, il fermacarte con tutti i biglietti del cinema (per segnarli sull’agenda) e le ricevute delle carte di credito, e anche una bottiglia d’acqua. Tutto deve essere entro il raccordo anulare personale dal raggio di 70 centimetri perché spostare il busto per raggiungere un’altra cosa sarebbe uno sforzo troppo grande, come se un movimento in più potesse togliere quel secondo che servirebbe per altro, niente deve distrarre dall’attenzione sulla cosa che stiamo facendo come, per esempio, mettere un pensiero per iscritto. Anche i bambini, se non ce la fanno con il loro braccino a prendere quello che desiderano in quell’istante, non hanno altra risorsa che il pianto, proprio perché non riescono ad ottenere l’oggetto del loro desiderio: solo ora capisco che non è un capriccio (anche se i genitori continuano a chiedergli “ma che ci fai con quel sonaglio, che ti frega?”) ma l’improrogabile esigenza d’inseguire un pensiero per portarlo a compimento. E dare un senso a tutto, in poche parole: cominciare e finire una cosa, mettiamola così. Anche perché se mettessimo insieme tutti i secondi impiegati per raggiungere, a questo punto chiamiamolo pure “obbiettivo”, che risultato darebbe la somma? Una bottiglia d’acqua in cucina, 20 secondi; l’agendina all’ingresso 8; accendere lo stereo 5 secondi. Andata e ritorno, eh? Quindi non è certo per risparmiare tempo ma insomma solo per non essere disturbati da sciocchezze che lì vicine sono importanti solo per il fatto di essere dentro il raggio d’azione di un braccio lungo 70 centimetri. Ed è per questo che anche a tavola deve essere tutto vicino, mi piacerebbe addirittura che tutte le portate fossero già pronte lì in sequenza, come su un binario che porta dritto dritto in stazione. Alternative per avere tutto a portata di mano? Mi viene in mente solo il direttore d’orchestra, fai un gesto e chiunque esegue. Anche una sinfonia, dall’inizio alla fine, senza interruzioni. E infatti avrei voluto fare il conservatorio, ma mia madre mi disse “prendi il classico, a mamma” e ora eccomi qui a filosofeggiare...
giovedì 29 marzo 2012
mercoledì 21 marzo 2012
Ghostbusters
Andate a vedere il film di Ferzan. Un gruppo di attori ormai fantasma restano intrappolati dal dopoguerra in una casa di Monteverde a Roma in attesa di essere liberati da un ragazzo che diventa loro amico oggi, nel 2012. Mi chiedo: ma un regista lo sa cosa scatena nelle teste di chi poi vedrà il film, quando butta giù due righe con uno sceneggiatore? Immaginate la prima riunione: “Che ne dici di un ragazzo che prende in affitto una casa dove abitano dei fantasmi?”. E l’altro: “Perché no?”. E via! Cominciando a lavorare per farci viaggiare insieme a loro qualche mese più tardi quando una lampada si accenderà su una bobina di pellicola proiettando le loro idee sugli schermi della nostra mente, ecco perché se volete perdervi nei meandri di una storia che potevano raccontarvi in un’altra vita, dovete prendere un autobus, o meglio un tram, e buttarvi dentro un cinema dove lo fanno. Andatevelo a vedere se vi piace essere portati per mano da un uomo, Ferzan che, turco, ci conosce meglio di noi stessi, capace ogni volta di raccontarci storie davanti allo specchio per farci vedere come siamo veramente, o cosa diavolo vorremmo essere, veramente. Se volete vedere TUTTI gli attori in grado di recitare TUTTE le battute del film bene, senza una stonatura che vi distragga da tutti gli altri reparti del film: se volete rivedere Anna Proclemer e capire quanto è bello sentire i toni di voce modulati secondo le esigenze, che solo l’esperienza di una vita può far suonare in quel modo, se volete ammirare la bellezza e la giustezza di tutti gli altri (Beppe Fiorello dovrebbe uscire di casa così tutti i giorni!). Se volete vedere una serie d’inquadrature illuminate come un dipinto grazie alla bravura del direttore della fotografia, Maurizio Calvesi. Se sognate una casa come quella, scenografata a Cinecittà, ma che vi sembra proprio quella dove avete vissuto i momenti più belli della vostra vita, dove ogni angolo vi ricorda qualcosa e ha un profumo diverso secondo le ore del giorno. Se volete ascoltare le canzoni (come Perfidia cantata da Nat King Cole) che vi fanno sentire meglio all’istante e al cinema pensate a quanto siete scemi a non averle ancora messe sul vostro iPod. Se volete uscire dal film leggeri e pieni di speranza e riflettere sulla vostra esistenza e capire che veramente non è mai troppo tardi fino a quando non si scrive la parola fine, andate a vedere questo film che, come tutte le cose vere della vita, ti fa ridere e ti fa piangere. Perché se nella vita non riuscite a fare a meno dei vostri fantasmi tanto vale farseli amici.
giovedì 15 marzo 2012
On the bike
È incredibile come il primo passo che stendi sull’asfalto perché hai deciso che oggi vai a piedi, ti faccia sentire il principe della strada, ti sembra che tutti vadano più lenti di te, e credi di essere l’unico a camminare con quel passo spedito e risoluto che DA SEMPRE accompagna tutta la tua vita in qualsiasi circostanza. Quel nastro di catrame, quell’insieme ordinato di sampietrini, quel lastricato di basalto ti sembra un tappeto rosso che ti porta di filato al successo, sfila veloce sotto i tuoi piedi come un tapis roulant impazzito, e non fai in tempo nemmeno a notare i suoi cambi di superficie che sei già arrivato...
È incredibile come il primo colpo di pedale a bordo di una bici dia sempre un nuovo significato alla parola movimento. Metti la punta della scarpa da ginnastica (molti la chiamano sneakers, io non riesco) sul pedale, carichi il ginocchio indietro come per prendere una rincorsa, spingi la gamba in giù: miracolo, quella parte, e un po’ di fresco in faccia di colpo ti toglie tutti gli anni che hai accumulato da quel giorno in cui hai detto a tuo padre che ti teneva il sellino da dietro: “lasciami, ci so andare da solo!”. Ti sorprendi a suonare quel campanello in un modo diverso dal clacson, questa volti SEI TU che passi, non la tua macchina, ti viene in mente che comunque è meglio il “drin-drin” che il “ding-dong”, e lasciamo stare la sensazione che provi a risentirlo, perché lo sguardo invidioso degli altri pedoni al tuo passaggio è troppo gratificante: domani dovranno tirare fuori la bici anche loro...
È incredibile come il primo colpo che dai con la mano serrata a tavoletta in una piscina ti faccia sentire libero come un pesce anche nel chiuso di una vasca da pochi metri, ti basta un costume da bagno e un paio di occhialetti, per il resto sei solo tu e l’acqua che ti circonda come una vita fa nel grembo materno. È solamente mentre nuoti, grazie a quei movimenti che ancora ti stupisci di avere imparato troppo tempo fa, che ti senti addosso tutto quello che sei con pregi e difetti ma, guarda un po’, più leggero, meno pesante
(grazie al principio di Archimede, che ti torna in mente pure quello). Bracciata dopo bracciata, a prescindere da quanto ci metti, ti sembra che avere l’acqua nelle orecchie sia l’unico momento della tua vita in cui ragioni davvero: ti serve quel gorgoglìo per capire che nella vita alla fine basta muoversi. E da oggi è il tuo principio. Come quello di Archimede!
PS: nella foto un uomo in bicicletta
È incredibile come il primo colpo di pedale a bordo di una bici dia sempre un nuovo significato alla parola movimento. Metti la punta della scarpa da ginnastica (molti la chiamano sneakers, io non riesco) sul pedale, carichi il ginocchio indietro come per prendere una rincorsa, spingi la gamba in giù: miracolo, quella parte, e un po’ di fresco in faccia di colpo ti toglie tutti gli anni che hai accumulato da quel giorno in cui hai detto a tuo padre che ti teneva il sellino da dietro: “lasciami, ci so andare da solo!”. Ti sorprendi a suonare quel campanello in un modo diverso dal clacson, questa volti SEI TU che passi, non la tua macchina, ti viene in mente che comunque è meglio il “drin-drin” che il “ding-dong”, e lasciamo stare la sensazione che provi a risentirlo, perché lo sguardo invidioso degli altri pedoni al tuo passaggio è troppo gratificante: domani dovranno tirare fuori la bici anche loro...
È incredibile come il primo colpo che dai con la mano serrata a tavoletta in una piscina ti faccia sentire libero come un pesce anche nel chiuso di una vasca da pochi metri, ti basta un costume da bagno e un paio di occhialetti, per il resto sei solo tu e l’acqua che ti circonda come una vita fa nel grembo materno. È solamente mentre nuoti, grazie a quei movimenti che ancora ti stupisci di avere imparato troppo tempo fa, che ti senti addosso tutto quello che sei con pregi e difetti ma, guarda un po’, più leggero, meno pesante
(grazie al principio di Archimede, che ti torna in mente pure quello). Bracciata dopo bracciata, a prescindere da quanto ci metti, ti sembra che avere l’acqua nelle orecchie sia l’unico momento della tua vita in cui ragioni davvero: ti serve quel gorgoglìo per capire che nella vita alla fine basta muoversi. E da oggi è il tuo principio. Come quello di Archimede!
PS: nella foto un uomo in bicicletta
mercoledì 7 marzo 2012
Quell'estate dell'anno che verrà...
Immaginate una nonna che, per esaudire un desiderio del nipote ottenne, si rechi in un negozio di dischi il cui commesso era il figlio del portiere, per trovare la sigla di un programma tv condotto da tale Lucio Dalla e si metta addirittura a cantare “lettera X dov’è il segreto di Asterix?”. Niente! Oggi che “Fumetto” (tratto dall’album “Terra di Gaibola”) è un mp3 sull’iPod, facciamo i conti con le canzoni di Lucio Dalla che dall’infanzia ci hanno accompagnato nella vita. Per esempio “L’anno che verrà”, uscito da un giradischi davanti agli amici della prima estate che meritasse quel nome, l’estate dove potevi tornare tardi la sera, la notte, tanto era casa di zia e lei lo permetteva. Quella musica ti faceva guardare una ragazza negli occhi come forse poi non sei più riuscito a fare e come ancora oggi ti auguri di guardarne un’altra. Era l’estate nella quale ridevi, ridevi, e ridevi. Ridevi di tutto: di un motorino che cade dal cavalletto, di un pezzo di pizza che scotta, di una notte in bianco, di uno scherzo che ti hanno fatto o che magari hai fatto tu. E ogni volta che riascolti questa canzone senti che non hai più niente che ti faccia ridere così tanto e improvvisamente cominci a piangere. Nel “1983” forse stavi già lavorando anche se molti non la pensavano così e quella canzone ti accompagnava dalle cuffie di un walkman che ti eri comprato con i primi soldi tuoi. E con quelle note nell’orecchio, nei primi ascolti in solitaria, la testa ti girava a mille perchè ti sentivi ricco visto il tempo che avevi davanti e i mille scambi in stazione ti davano la sensazione di poter scegliere qualsiasi binario per vedere dove poteva portare. E poi “Caruso” che ascoltata proprio da quella nonna ti ha permesso di dirle “ti piace, vero? L’ha scritta quello che cantava “Fumetto” quando ero piccolo...”. E quella canzone ha messo d’accordo almeno tre generazioni. E mettere d’accordo la gente è un’arte che non tutti sanno praticare, anzi. Ecco perché poi in un momento della tua vita in cui stavi facendo qualcosa qualcuno ti ha dato la notizia che Lucio Dalla non c’era più, ti è venuto da piangere. Perché in un momento immenso hai rivisto tutti gli anni che sono passati da quella sigla ascoltata in tv, passando per quell’estate e tutto quello che c’è stato dopo. E ti accorgi che andare d’accordo con la gente che ti sta attorno è sempre più difficile ma forse è l’unica cosa che dovresti fare.
giovedì 1 marzo 2012
L'ultima luna
Questa canzone, “L’ultima luna” di Lucio Dalla, l’abbiamo sentita per la prima volta quando un amico ce l’ha fatta ascoltare una notte nella sua macchina, una mini 90, buttata nel parcheggio di un brutto camping. Io questa storia delle lune non le ho mai capita con quel testo che, boh, però questo giro era da paura e ci ha fatto sempre da colonna sonora quando qualcosa d’importante ci capitava nella vita, facendoci pensare che forse avevamo imparato una lezione.
Forse era una di quelle lune quando dopo un’intera settimana a chiedere il permesso di fare una gita a Todi con tutti i compagni di classe, alla fine, la sera prima della partenza mi sono preso la febbre a 40 e da quel momento li ho “persi” tutti. E quando poi finalmente sono riuscito a fare una gita con loro non era più la stessa cosa, perché mi ero perso quella prima e quindi non avevo quei riferimenti.
E abbiamo imparato pure questa...
Forse era una di quelle lune quando a quella ragazza che mi piaceva veramente non sono riuscito a dirglielo ma le ho regalato un anello! E lei ha capito che volevo sposarla! Ma io no, e non sapevo come dirglielo, nemmeno questo, insomma né sì né no, né troppo né troppo poco, e mille equivoci e lei l’ha buttato via, io l’ho raccolto ma non potevo darlo a nessun’altra e quando poi l’ho ritrovato in un cassetto l’ho buttato io.
E abbiamo imparato pure questa...
Forse era una di quelle lune quando finalmente abbiamo conosciuto la ragazza giusta, ma era troppo presto, o troppo tardi, o non ci andava, o non le andava, insomma non è diventata la donna della nostra vita ma forse lo era e una mattina dal tempo incerto abbiamo capito che era lei. Ma il giorno dopo il tempo era bello e abbiamo capito che non era lei. Ma alla fine bello o brutto ci pensiamo tutti i giorni.
E abbiamo imparato pure questa...
Forse era una di quelle lune quando quella volta eravamo all’ospedale perché c’eravamo fatti male sul serio, e in camera, quando ormai non si può più, quando si è fuori orario, e tu hai già cenato e ti viene da piangere da solo lì dentro, si apre la porta ed entra l’ultima persona che volevi vedere, perché lo odiavi per mille motivi ma in quel momento non te ne viene in mente nemmeno uno.
E abbiamo imparato pure questa...
Quando ti sei sentito veramente solo, e senza più una motivazione, e non riuscivi nemmeno ad alzarti dal letto, e non volevi vedere nessuno. È in quel momento che pensi che tutto quello che hai fatto non ti è mai piaciuto e forse non è servito a niente e pensi che magari ormai è andata così e tanto vale lasciarselo alle spalle. Ma mentre lo pensi ti prende un colpo quando senti una mano sulla spalla che ti fa girare e vedi uno che ti guarda e ci metti quel secondo in più che serve a un cervello stanco per capire che è lui, quell’amico di tanto tempo fa che ti aveva fatto conoscere l’ultima luna. E ha la stessa faccia che aveva quella sera nel parcheggio dentro la mini 90.
mercoledì 29 febbraio 2012
Quando il paletto della porta...
“Metti il paletto”. Dentro casa è una parola che dovremmo sentire solo quando siamo piccoli per le prime prove di coraggio che ci vengono permesse di dare. Quando poi lo siamo diventati il paletto non va più messo, per lo stesso motivo: siamo più grandi, anzi, vecchi. E certo: il momento in cui chiederemo a un amico di prendersi le chiavi di casa “perché, non si sa mai, facciamo le corna, però nel caso, tienile”, sarà la subliminale conferma che QUALCUNO potrebbe darci una mano e quel qualcuno non siamo più noi. A quel punto, una volta date le chiavi all’amico, e la sera prima di andare a dormire si mette il paletto, siamo degli imbecilli. Certo: perché gli rendiamo difficile tutto il soccorso che dovrebbe dare. Tu, amico soccorritore, devi chiamare i pompieri per farli entrare e togliere il paletto, magari è un paletto di quelli che manco i pompieri e allora “tocca butta’ giù la porta!”, bello, no? Poi entri e lo trovi riverso con il naso rotto, cerchi bottiglie di bourbon in giro (un po’ alla William Holden), non ci sono, ma la prima frase che dice è “ma adesso la porta come si richiude?”. Vorresti ucciderlo definitivamente ma ti fa pena e allora lasci perdere, prepari il caffé ai pompieri per ringraziarli e dici loro che adesso ci pensi tu all’amico tuo, ma loro ti ricordano che devono chiamare il 118 comunque, anche se si è SOLO rotto il naso. E quindi arrivano quelli del 118 e fanno mille domande a te perché lui ancora biascica e tu rispondi sì alla domanda patibolo “Quindi lei rifiuta il ricovero?” addossandoti la responsabilità di un malessere improvviso che al momento non sembrava. Gli prepari un caffé anche a quelli del 118, e intanto chiami il tuo migliore amico che ovviamente DEVE essere un medico e che ti consiglia di portarlo in clinica “perché in ospedale un naso sai quando te lo guardano?”. Lo porti lì e ti piace subito un’infermiera e speri che l’amico tuo ci rimanga un po’ lì dentro, così potrai fare lo scemo con lei. Mentre gli fanno le lastre si avvicina una segretaria che ti chiede se l’amico tuo ha un’assicurazione, tu rispondi per te trionfalmente: “Io sì, ma lui non credo proprio, ma non si preoccupi, pagherà tutto!”. Dopo averlo sistemato in camera torni a casa e avverti tutti gli altri dandogli il numero della stanza. E in quel momento suoneranno alla porta: è la tua ex fidanzata che vuole litigare svegliando il condominio, in quel caso con la mano sinistra chiudi delicatamente il paletto e ti prendi un sonnifero pensando ai racconti che farai all’indomani all’infermiera che incontrerai sulla porta della stanza del tuo amico. Ma questa è tutta un’altra storia...
mercoledì 22 febbraio 2012
Un uomo e Sanremo
Dietro gli ascolti dell’ultimo Festival di Sanremo ci sono litri di Prosecco, di Franciacorta, di qualche champagne, ormai cimiteri di bottiglie per il riciclo, chili di pasta, formato corto, condita con sughi pratici per non schizzare su vestiti, centinaia di buste d’insalata (inutilizzata), decine di cabaret di frappe, sigarette, vodke, limoncelli. Tutti consumati in questa settimana di 5 serate vissuta in una girandola di inviti come nemmeno a Natale, gole roche per i commenti live con gli ospiti a casa e polpastrelli consumati da sms e tweets lanciati nell’etere per commentare con gli sconosciuti dei social network. Sanremo è finito. E pure noi. Siamo a pezzi, e riprendersi non sarà facile: servirebbe una settimana in una beauty-farm, ma molto più probabilmente ci accontenteremo di una zucchina lessa e acqua naturale per un paio di giorni, più per prenderci in giro che per rimetterci in forma: non vediamo l’ora che arrivi Pasqua! Chi non ha bisogno di riposo perché abituato alle maratone nel senso stretto del termine è Gianni Morandi. L’ho conosciuto durante una trasmissione su Radio Due: eravamo ospiti entrambi e per lui avevo scritto un pezzo sulla sua invidiabile forma fisica ottenuta però a caro prezzo con una dieta ferrea che non ammette distrazioni di nessun tipo e che noi non potremmo mai permetterci. Gianni ascoltò il pezzo divertito (meno male) e anzi mi seguiva partecipando. Alla fine, come da scaletta, mi chiedono una sua canzone da mandare in onda e io chiedo “Varietà” di Lavezzi-Mogol. Gianni si sorprende del titolo scelto (ognuno ha la sua preferita) e la musica parte, ma mi prende un braccio e mi dice: “Dài, cantiamola insieme!”. Lasciamo perdere l’esito della performance, ma Morandi che mi suggeriva le parole strofa per strofa accompagnandomi tra le pieghe melodiche di quel pezzo è stato esattamente quell’uomo che poi ho visto quest’anno a Sanremo: accompagnare con un sorriso tutto quello che gli stava succedendo attorno. Ma avrete notato come a un certo punto della serata abbiamo pensato: “Ma Gianni è stanco!”. Perché, noi no? Eravamo stravolti dalla stanchezza e vederlo lì in mezzo a quella maratona sembrava quasi di sentirlo dire: “Dài, amici, restate con me, tra poco è finito e ce ne andiamo tutti a casa!”. Ora che Sanremo è finito e noi con lui, rimane una sola raccomandazione: fatelo come volete ma un po’ più corto, perché Gianni è allenato e fa 1000 km all’anno di corsa, noi ci facciamo 1000 litri di prosecco, ma poi andiamo a dormire!
Iscriviti a:
Post (Atom)




