martedì 4 settembre 2012

Senza E.T.

E quindi era un piovoso sabato di dicembre di 30 anni fa, quando mi sporcai le mani per incastrare la catena tra la forcella del vespone blu PX125 senza chiappe (era più fico, poveraccio me) e un palo col divieto di sosta: ero lì sul marciapiede davanti al Supercinema di Roma, alle 2145, tre quarti d’ora prima dell’ultimo spettacolo alle 2230, che mi smanacciavo con un fazzoletto di carta Tempo, maledicendomi per la mia ansia di fare presto. Nel foyer davanti alla maschera l’unica mia preoccupazione era quella di fiondarmi dentro la sala per occupare tre posti con un piumino della Colmar in attesa di altri due amici, in ritardo come al solito, pensando quanta fatica costava andare al cinema sempre in questo modo ma senza sapere che un uomo, prima di me, s’era sporcato le mani, e parecchio, per quello stesso film. Quell’uomo si chiamava Carlo Rambaldi.
Oggi che non c’è più, possiamo capire perché proprio Rambaldi e non Spielberg è stato definito il papà di E.T. l’Extra-Terrestre. Perché Rambaldi ha rappresentato quel tipo di padre che tutti noi per un periodo della nostra vita abbiamo avuto. Quel genere di padre che s’industriava a fare un teatrino per noi stando accovacciato dietro il divano con due calzini, ecco perché, come abbiamo letto nelle ultime interviste, Rambaldi odiava i computer, non ne aveva bisogno: lui gli effetti speciali li CREAVA dal nulla come Geppetto da un pezzo di legno tirava fuori Pinocchio. La prima messa in scena della vita, la prima alla quale si assiste strabiliati, molto probabilmente è stata realizzata da un padre. Una madre è imbattibile nel leggere una favola (la voce suadente, melliflua, da donna, da sirena, in realtà ci stendeva solo per questo, la storia è ininfluente, facendoci venire sonno all’istante, dove esiste un sonnifero oggi così potente non si sa, forse è per questo che ci si sposa), ma è il padre a organizzare il teatrino, a costruirlo con 4 carabattole rimediate dentro casa, gli “effetti speciali” sono roba sua. Rambaldi ha fatto questo: con la colla, il legno, gli stracci, le plastiche, ma senza i computer di oggi, senza tastiere, senza wireless, senza display Retina. Gli stessi sui quali rivedendo E.T. riesce ancora oggi, 30 anni da quel giorno, a farci commuovere sempre negli stessi identici punti per 115 minuti.
Quindi grazie Carlo, adesso vado a rivedermi E.T. per l’ennesima volta.
Senza lavarmi le mani.

4 commenti:

Greta ha detto...

Devi essere proprio un uomo molto affettuoso.

l.cianfanelli ha detto...

ogni volta un post poetico ed emozionante...è un piacere leggerti

Mariagrazia Napoli ha detto...

Mi hai fatto viaggiare FANTASCIENTEMENTE nel tempo ... io bimba,accomapgnata da mamma e papà, seduta nella sala buia di un cinema a piangere per quell'E.T.-amico tenerissimo che avrei tanto voluto prendere per mano e portare a vivere nella mia casa ... Grazie di cuore!
Buon TUTTO!
Mg

Leonardo ha detto...

Hai scritto vera poesia, bellissimo post!
ciao
Leonardo